Nella storica azienda Fontanaarte nel posto del padre dell’architettura Giò Ponti ora siede il palermitano Francesco Librizzi le sue lampade? Un modo per disegnare lo spazio

Guarda le lampade che irradiano la propria luce sulle volte affrescate con l’orgoglio di fare parte di una storia antica e importante. A poco più di qua­rant’anni, Francesco Librizzi è art director di FontanaArte, azienda storica del design fondata nel 1932 a Milano da due mostri sacri come Giò Ponti, padre dell’architettura italiana del Novecento, e Luigi Fontana, imprenditore del vetro in lastra, con il contributo fondamentale di Pietro Chiesa, maestro nell’arte vetraria.

Lui, classe 1977, è nato e cresciuto a Palermo, studi alla facoltà di Architettura con la guida di Vanni Pasca e Paolo Rizzato, poi il grande salto all’ombra della Madunina per fondare nel 2005 il Francesco Librizzi Studio e imboccare la strada verso premi e incarichi internazionali, dal Prix Emile Hermès nel 2008 alla menzione d’onore Compasso d’Oro nel 2014, fino ai premi “Az Awards 2015 best residential interior” e “Archmarathon 2015 private housing”. Librizzi è stato di recente nella sua Palermo, in occasione dei cinquant’anni di Driade, altro marchio storico italiano confluito insieme con FontanaArte nella ItalianCreationGroup, holding fondata nel 2013 da Giovanni Perissio­notto e Stefano Core, che rappresenta un punto di raccordo tra investimenti economici e design delle migliori firme internazionali.

L’occasione è stata data dall’evento organizzato da Michele Longo, uno dei pionieri dell’arredamento di design a Palermo, nel suo showroom in via Li­bertà. Showroom che da tre anni ha sede a Palazzo Pintacuda, costruito nel 1905 dall’ingegner Carlo Pintacuda su un terreno appartenente all’ampio fondo di proprietà del principe Tomasi di Lampedusa. Un luogo che negli anni Cinquanta fu sede della facoltà di Architettura – proprio quella dove qualche decennio dopo, spostata in via Maqueda, avrebbe studiato Librizzi ­ – organised at the showroom of Michele e dove gli affreschi delle volte alternano soffitti dipinti con motivi geometrici Longo, whose seat has been in Palazzo ad altri con decori naturalistici, come il tralcio di foglie multicolori firmato Pintacuda for three years. Here, the fres­ da Salvatore Gregorietti.

“Spazi – dice Michele Longo – che sono stati recuperati fedelmente nella tifs with naturalistic decorations such as loro versione originale, e proiettati verso il futuro”. Un luogo carico di storia dove si stagliano le creazioni di FontanaArte. Una teoria di oggetti dove vetro e metallo sono le costanti, espressione di un’idea di bellezza profusa di luce e trasparenze. Sulla poltrona dove siede adesso Librizzi, si sono seduti prima di lui Giò Ponti, Pietro Chiesa, Max Ingrand, Gae Aulenti. “Si può comprendere – dice – quale responsabilità io possa sentire rispetto a chi mi ha preceduto. Ho creato un lo continuo nella mia narrazione prima come designer, con la mia collezione di lampade, e nel frattempo raccontando la storia dell’azienda, con la realizzazione delle esposizioni dedicate”.

Per FontanaArte Librizzi ha realizzato una serie di lampade da tavolo e a sospensione battezzate Setareh, che in persiano significa stella. “La serie di lampade – aggiunge – fa da ponte alla mia riessione sullo spazio”. Una lumiri fiessione che lo ha portato a realizzare, tra gli altri, il Padiglione Italia alla XXII Biennale di architettura di Venezia nel 2010 e il Padiglione del Bahrain per la Biennale del 2012.

Molti i progetti di allestimento incentrati sull’analisi dello spazio, realizzati per esposizioni importanti: per la Triennale di Milano, la mostra “Gino Sarfatti: il design della luce”, “Munari, percorsi a mezz’aria” e l’installazione per la mostra “Stanze. Nuove filosofie dell’abitare”. “Setareh – dice l’art director – nasce dal tema di dar corpo alla luce. La lampada è composta da una sfera di vetro satinato bianco, soffiato a bocca, sospeso all’interno di una struttura metallica sottile. La luce che emana dalla sfera si diffonde nello spazio circostante e irraggia il telaio, e i rifiessi del metallo rendono visibile il campo luminoso, lo spazio inuenzato dalla sua luce, la sua aura”.

Dal 2008 Librizzi collabora con istituzioni universitarie e accademie di design in Italia e all’estero, e attualmente ricopre l’incarico di guest professor al master Urban vision and architectural design, al master Interior and living design della Domus Academy, e alla facoltà di architettura di Genova. Molti i progetti realizzati per privati, come una casa a Cefalù dove ha recuperato un antico edificio ed è intervenuto in uno spazio connotato da una dimensione verticale, caratterizzato da scale in ferro in cui è forte il segno grafico, uno dei segni distintivi dei progetti di Librizzi.

Con la sua città il filo è sempre rimasto forte, è un nucleo intorno al quale si sono realizzate molte cose, come racconta: “Porto sempre con me la mia sicilianità. Recentemente, ad esempio, sono stato a Beirut, e per presentare il mio lavoro, ho iniziato il mio intervento raccontando le dominazioni che sono passate in Sicilia, l’idea dell’abitare Mediterraneo. Per me non c’è cesura in questo filo. Il progetto? È veicolo per la comprensione, è lo strumento di studio. È il luogo delle condivisioni, dove si incontrano in secoli differenti persone differenti, per rintracciare un linguaggio comune. Ripercorrere i passi dall’interno, per comprendere le ragioni e le regioni del progetto. D’altronde si impara da ciò con cui si sta a più stretto contatto. Come avviene per il Pastore errante cantato da Giacomo Leopardi, orientarci è il destino di tutti noi. Chiediamo tutti alla luna”.