In uno spazio espositivo catanese noto per le eccellenti sperimentazioni di artisti emergenti, il percorso scultoreo del giovane Carmelo Nicotra

di Daniela Bigi

“La mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso; ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città”, appuntava Italo Calvino mentre preparava la prima delle sue Lezioni americane, quella dedicata alla leggerezza, tra le pagine più citate di fine Novecento.

In uno spazio espositivo catanese noto per le eccellenti sperimentazioni di artisti emergenti, BOCS, un parallelepipedo stretto e lungo mal intonacato a cemento, il giovane Carmelo Nicotra, classe ’83, propone fino a marzo un percorso scultoreo tra volumi perfetti, cristallini, titolando quest’esperienza Le ragioni della leggerezza (a cura di Lorenzo Bruni), un riferimento esplicito alle riflessioni maturate dallo stimatissimo scrittore mentre preparava il suo ciclo di conferenze per Harvard. Quelle sculture silenziose, dall’ap­peal elegante, mentale, sono protagoniste enigmatiche ma molto fisiche all’interno di una sorta di casa vuota, anzi, svuotata.

Ti chiedi: fra i tanti ricordi che affiorano e si sovrappongono tra queste presenze rarefatte, di quale casa stiamo parlando? Cosa me la rende così familiare pur nella sua siderale distanza? Con una coerenza che trova pochi uguali, Nicotra ha dedicato tutto il suo lavoro di artista al proprio paese di origine, Favara, uno dei luoghi più offesi della Sicilia. Ha cominciato con il censire i comportamenti degli abitanti; ha seguito passo passo il deteriorarsi del centro storico, i crolli delle abitazioni; ha riempito di una cura struggente, solitaria e quotidiana, uno spaccato urbano in dismissione, facendosene testimone e “conservatore”. Ha accumulato fotografie, video, reperti, tracce orali; ha raccolto e catalogato frammenti di intonaci, registrato centinaia di racconti, rintracciato documenti e mappe, e poi, per oltre un decennio, ha cercato di sistematizzare, di organizzare, di raffreddare, di restituire questo flusso travolgente di informazioni e di emozioni.

L’architettura di Favara, con le geometrie elementari del suo spontaneismo, è diventata il suo alfabeto; i colori degli interni domestici, i rosa, i celesti, i gialli che spuntano tra le quinte degli edifici sventrati, sono la palette con la quale oggi ridisegna il mondo; i lacerti di mobili trovati in qualche stanza, le zampette di un comodino, la base di una cassettiera, la spalliera di unletto, sono ormai le gure del suo immaginario.
Mentre nello studio antropologico sugli usi e sui riti del suo paese è arrivatomolto presto alla traduzione dei dati in elenchi, schemi, tavole statistiche, il rapporto con i resti materiali ha avuto bisogno di un lungo tempo di elaborazione e di metabolizzazione. Elementi come i pezzi di intonaco caduti a terra o il cemento e i mattoni della tipica edilizia selvaggia, contraltare dell’abbandono e dei crolli, sono apparsi nelle sue opere in modo grezzo, diretto, in tante occasioni. Poi, lentamente, attraverso il collage, il disegno, e cioè mediante un distacco, si sono trasformati in forme regolari, pure. Hanno perso il valore di traccia viva e hanno assunto lo statuto di geometrie simboliche, mantenendo il legame con l’origine, con le memorie affettive ma al contempo evocando la perdita, la sconfitta.

Credo che la radice di questo intenso lavoro di anni sia proprio la perdita. Quando ancora frequentava l’Accademia, mentre ritraeva in uno stile insieme pop e naïf le donne di Favara, Carmelo censiva la durata del lutto, ragionando sulla espressione sociale di un fatto intimo, tra i più intimi. La condizione della perdita, estesa a tutti gli aspetti della Favara contemporanea, è ancora il vulnus, ma nel frattempo ha dato vita a moduli edicatori, pensieri ricostruttivi, ha forgiato le armi per una battaglia bianca, da condurre senza violenza, con posture etiche, proposizioni resilienti e, soprattutto, con la leggerezza inespugnabile delle idee.