Abbecedario perché forse il segreto sta tutto nella semplificazione, nel ridurre le presunte complessità all’eresia del buon senso. In Sicilia i problemi nascono non tanto nell’essere complicati, quanto dal credersi complicati. E questo complica le cose. Anche le più semplici

di Roberto Alajmo

Cunsumare
Mi cunsumai, ti cunsumasti, si cunsumò, ci cunsumammo, vi cunsumaste, si cunsumarono. La declinazione riflessiva del verbo consumare, in dialetto sta a indicare la procurata rovina di sé. Il danno autoprocurato per propria leggerezza o incuria. Vale per chi fa il passo più lungo della gamba e non riesce più a star dietro alle proprie ambizioni. Ci si consuma sposando una moglie troppo bella o troppo esosa. Ci si consuma commettendo un errore per il quale non esiste rimedio, le cui con- seguenze sono impossibili da evitare.

Il verbo è venuto alla ribalta della cronaca quando galleggiò sulle intercettazioni di una indagine giudiziaria. Il rampollo di una famiglia mafiosa aveva ricevuto dal padre l’ordine di uccidere la propria sorella, innamorata di un carabiniere. Agli atti è rimasto il rifiuto del giovane: – «No, io non lo faccio, il padre sei tu e lo fai tu… io non faccio niente, eh… mi devo consumare io? Consumati tu. Io ho t rent’anni, non mi consumo».

Dall’intercettazione si desume non tanto la ripugnanza per l’idea di uccidere la propria sorella, ma piuttosto il t imore delle conseguenze possibili. Una forma di sano egoismo che forse va salutato come una buona notizia dal fronte della lotta alla mentalità mafiosa: al di là del bene e del male esiste una convenienza nel praticare la prima e non la seconda modalità. Quel che non si riesce a far passare nelle coscienze appellandosi alla morale o al senso di giustizia, passa senz’altro in termini di convenienza personale. Perché di fronte alla realistica prospettiva di finire in galera vita natural durante, a nessuno viene voglia di consumarsi.