Un inno alla grazia e un viaggio alla scoperta dei fiori e delle piante spontanee che ogni anno nascono tra i siti archeologici siciliani…

di Antonella Lombardi

C’è “l’eterea delicatezza” del fiore del cappero, o il blu dei fiori della borragine, consumata dai soldati Celti per “infondere loro coraggio nelle battaglie”, o il finocchietto, i cui semi profumano le salsicce mentre i “teneri germogli sono un ingrediente fondamentale della pasta con le sarde, piatto tipico della Sicilia occidentale”. È un inno alla grazia e un viaggio alla scoperta dei fiori e delle piante spontanee che ogni anno nascono tra i siti archeologici siciliani quello descritto da Mary Taylor Simeti nel volume The Garlands of the Gods. Wild Flowers from the Greek Ruins of Sicily illustrato da 79 acquerelli realizzati dalla compagna di college, Susan Pettee, illustratrice botanica americana.

Un percorso nella bellezza, nella natura e nella storia secolare dell’Isola, da intra­prendere con lo stesso spirito di fascinazione che guidava i viaggiatori del Grand Tour. Il libro, presentato all’Orto botanico di Palermo insieme a una selezione di alcuni acquerelli, ha inaugurato la collana “Naturalia” diretta dal professor Paolo Inglese, e pubblicata da Palermo University Press.“Delle 124 specie di cui parla Taylor Simeti, almeno quaranta erano consumate dal popolo siciliano per la propria alimentazione, e nel 98 per cento dei casi si tratta di piante preesistenti alla comparsa dell’uomo”, ha detto Rosario Schicchi, direttore dell’Orto botanico, esperto di varietà spontanee che con Inglese ha curato alcune parti del volume. A ogni fiore è associata una nozione mitologica, letteraria o storica, per un lavoro di ricerca che la scrittrice ha portato avanti per oltre trent’anni. “Quando sono arrivata in Sicilia, fresca di college, era il 1962 – racconta – pensavo di fermarmi poco, con me portavo un numero eccessivo di valigie e molti consigli allarmati dei miei amici”. Catapultata da Manhattan a Partinico, per conoscere il “Gandhi di Sicilia”, Danilo Dolci: “Un’esperienza difficile ma interessante – dice – sono entrata in Sicilia dalla porta di servizio”.

Quel “piccolo mondo antico”, poverissimo e austero, la conquista: “Considero un enorme privilegio aver conosciuto gli anziani contadini di Sicilia che mi han­no fatto entrare in contatto con la campagna, toccare con mano il cibo prodotto dalla loro terra e raccontare la loro cultura: un enorme bagaglio di conoscenze che considero un tesoro e che ho cercato di trasmettere ai miei figli”. Perché in quella esperienza di passaggio Mary conoscerà il futuro marito, Tonino Simeti, agronomo in contatto con la Fao. “Pensavamo di girare il mondo e fare base qui – spiega – ma due anni dopo le nozze per un lutto familiare siamo tornati e ci siamo dovuti occupare dell’azienda di famiglia a Partinico.

Quando non sono in Sicilia è il paesaggio la cosa che mi manca di più”. Prova ne è che quando descrive il posto in cui ha scelto di vivere, Bosco Falconeria, le si illuminano gli occhi nel descrivere “la collina che guarda il mare e che si affaccia sul golfo di Ca­stellammare, da lì vedo San Vito e le montagne di Palermo”. Da lì ha anche fatto conoscere al pubblico anglosassone e non solo, scrivendo per le pagine del New York Times, una parte fondamentale della cultura siciliana: il coloratissimo mercato di Ballarò, la “perfetta colazione estiva siciliana a base di granita e brioscia” o lo sfincione “abbanniato” al Borgo Vecchio di Palermo fino al pistacchio di Bron­te. Quel cibo al centro di millenarie stratificazioni storiche, tradizioni culturali, ritualità e usanze che il suo sguardo ha sempre colto, con lo stesso entusiasmo del neofita e la profonda conoscenza di chi ha ricevuto il dono dell’intimità del desco: siano chef o contadini, è l’anima profonda della Sicilia a emergere dalle sue storie, senza infingimenti e retorica, dal libro Mandorle amare dove l’infanzia dickensiana di Maria Grammatico svela le ricette segrete dei prelibati e antichi dolci conventuali, alle sontuose tavole del Gattopardo in Fumo e arrosto. Escursioni nel paesaggio letterario e gastronomico della Sicilia, senza dimenticare On Persepho­ne’s Island: A Sicilian Journal, ricostruzione del suo viaggio in Sicilia che è una vera lettera d’amore alla nostra terra.

Fino a quest’ultimo lavoro, che restituisce la stessa meraviglia provata dalla scrittrice quando “nel gennaio del 1989 sono andata a Siracusa per un articolo che stavo scrivendo per il NYT – ricorda -; una volta arrivata al tempio di Zeus Olimpio sono stata folgorata da questo pavimento tappezzato di iris piccolissimi, e ho iniziato a chiedermi come mai i turisti che arrivano di fronte ai monumentali templi siciliani non trovano alcuna notizia su questa vegetazione lussureggiante che ha sempre adornato i templi, importante tanto quanto le stesse rovine, perché patrimonio del territorio. Una meraviglia fragile, messa a dura prova dai rifiuti e dall’incuria. Ma questi fiori meravigliosi, dono di questa terra, sono un valore aggiunto da preservare”.