Tornato da un lungo soggiorno a Madrid, in molti mi hanno chiesto come si mangia in quella città. Ho avuto difficoltà a rispondere

di Gianfranco Marrone

Tornato da un lungo soggiorno a Madrid, in molti mi hanno chiesto come si mangia in quella città. Ho avuto difficoltà a rispondere. Non perché là si mangi male – tutt’altro – ma perché ad avermi colpito non è stata la qualità del cibo (dalle tapas al maialino, dalla paella alla coda di toro al cocido e tanto altro) ma il particolare modo di assumerlo. In Spagna l’usanza prima, a tavola, è il “compartir”, cioè il condividere, in due o poco più, quel che c’è in uno stesso piatto o in tanti piattini che arrivano sul desco insieme. Se da noi occorre avere un certo grado di intimità per farlo, a Madrid è più che normale: anzi viene visto con un po’ di diffidenza chi si rende autono­mo nutrendosi solo con quel che gli sta davanti.

La gastronomia spagnola è socialità profonda, e tutto funziona con ritmi più lunghi, più rilassati. Si decide volta per volta cosa mangiare e quando, senza ordinare tutto prima al cameriere, ma a poco a poco, a seconda del desiderio del momento. E insieme. Nessuno mai dice “mi piace”. Semmai “ci piace”. Ecco una bella idea per il marketing della nostra locale ristorazione che, chissà perché, s’è fatta colonizzare assai male nei secoli passati.