A Palermo, dopo un lungo restauro, è stato inaugurato il rinnovato percorso museale di Palazzo Reale, con l’apertura dello storico portone di piazza del Parlamento, chiuso da decenni. Un modo per ammirare al meglio le bellezze dell’arte arabo-normanna

Testi di Alessandra Turrisi
Foto Tullio Puglia

Camminare nel ventre del palazzo, respirando la frescura degli antichi conci di tufo, per raggiungere luoghi mai visti e immergersi nel monumento simbolo di Palermo da un’altra prospettiva. Palazzo Reale svela nuovi segreti ai suoi stessi “abitanti” e si prepara a lasciare bocca aperta i visitatori che dal 4 settembre varcheranno la sede di questo gioiello, patrimonio dell’umanità. E non lo faranno più dal consueto, e un po’ defilato, ingresso turistico di piazza Indipendenza, bensì dal maestoso portone rinascimentale in piazza del Parlamento chiuso da tempo immemorabile.

È questo il primo risultato dei lavori di restauro da 900 mila euro finanziati dall’Ars, che hanno permesso di recuperare il corpo cinquecentesco, trasformato per decenni in deposito e archivio, vestibolo di un inedito percorso medievale, che dal nuovo ingresso turistico condurrà direttamente alla chiesa inferiore della Cappella Palatina e alla Sala Duca di Montalto. Un itinerario completamente privo di barriere architettoniche, grazie a un innovativo sistema di pedane a scomparsa sul pavimento che ha appianato gradini e tortuosità nell’intero edificio monumentale.

La prima sorpresa a chi varcherà il portone la riserva l’ampio stanzone d’ingresso, dove sono installati i metal detector per i controlli, ma anche le toilette, il bookshop e un piccolo spazio per presentazioni di libri e momenti di confronto. Sulla parete sinistra, per la prima volta, sarà visibile un affresco medievale sconosciuto e fino a questo momento anonimo: una Madonna del Rosario con San Domenico e San Francesco, ritrovato in condizioni pessime e restaurato in laboratorio dai fratelli Calvagna di Aci Sant’Antonio.

“Quando siamo entrati qui dentro – racconta ancora con un pizzico di emozione l’architetto Pai Riggio, che ha seguito i restauri come responsabile del procedimento assieme al direttore dei lavori Stefano Biondo – abbiamo notato proprio sulla parete di fronte al portone questo grande affresco molto deteriorato. È stato possibile asportarlo dal muro e portarlo in laboratorio ed è venuto fuori qualcosa di meraviglioso”. Ma solo nella nuova collocazione sarà visibile interamente, perché nella posizione originaria, antecedente alla costruzione del corpo cinquecentesco, uno spicchio fondamentale, la punta sommitale con la raffigurazione del Padreterno, era stato occultato dal muro costruito sopra.

Una sorpresa dopo l’altra, il visitatore percorrerà lo stretto corridoio tra le mura medievali e potrà sbirciare anche nelle segrete dell’ex torre Gioarìa, più o meno al di sotto del cortile della Fontana, un tempo prigioni con tanto di graffiti e che in un restauro futuro diventeranno parte del sito museale. Fino ad arrivare all’ingresso della chiesa inferiore della Cappella Palatina, sconosciuta ai più così come il suo accesso dal cortile Maqueda, murato negli anni Trenta. Santa Maria delle Grazie, più che una cripta, è proprio una chiesa inferiore a tre navatine che vive al di sotto della maestosa Cappella rivestita da mosaici. Il sacello antistante fu la camera sepolcrale di re Guglielmo I, oggi sepolto a Monreale, ma la chiesa fu anche utilizzata come luogo di sepoltura per personaggi di rilievo legati alla corona, come il viceré Emanuele Filiberto di Savoia, morto di peste nel 1624. Unico resto dell’originario apparato decorativo affrescato è un’icona bizantina della Vergine Odigitria.

Per la prima volta, dopo quasi un secolo, sarà possibile raggiungere la chiesetta dal cortile Maqueda, attraverso l’antico ingresso, ridotto a finestra con grata nel 1934 dall’architetto Valenti, allora soprintendente ai Beni architettonici, e oggi pienamente ripristinato dalla Zab costruzioni di Favara, che ha eseguito l’intero appalto.
Quasi una metafora del nuovo modo di concepire la fruizione dei beni culturali e di questo palazzo in particolare, dando visibilità ai luoghi più nascosti, ribaltando “il metodo di un’Italia che per troppo tempo non ha creduto alle bellezze che possiede”, afferma con decisione Patrizia Monterosso, direttore generale della Fondazione Federico II, che cura la valorizzazione della tradizione politica e culturale della Sicilia e in particolare di Palazzo dei Normanni.

“Con questa operazione recuperiamo la visione di piazza del Parlamento, che si affaccia nel cuore di Palermo – spiega la Monterosso – Chi entra o esce da questo nuovo ingresso si ritrova nel pieno del percorso arabo-normanno dell’Unesco. Significa recuperare la verità storica di questo Palazzo all’interno della città”.
Novità che rientrano pienamente in un percorso di valorizzazione dell’intero complesso monumentale, a partire dai suoi esterni. Dal primo giugno, infatti, sono stati restituiti alla fruizione pubblica permanente i giardini reali sulle mura del bastione San Pietro, un ambiente sospeso tra terra e cielo di cui si hanno le prime tracce nelle cronache dell’arabo Ibn Jubair nel 1184. Nonostante il loro enorme potenziale (da quei vialetti pare di poter toccare le maioliche di Porta Nuova), negli ultimi cinquant’anni i giardini avevano smarrito l’identità che ora hanno ritrovato.

Troviamo scorci romantici come la collinetta delle felci e delle succulente, il giardino mediterraneo che richiama al ‘600 e al ‘700. E infine la porzione in stile gardenesque con le aiuole di forma irregolare tipiche del post illuminismo, ricoperte di prato, da cui emergono le piante come fossero statue. E se i mosaici bizantini e il Cristo Pantocratore sono tra le maggiori attrazioni della Cappella Palatina, il Ficus Macrophylla che abbraccia un pino domestico è l’anima di questa piccola oasi in città.