di Giuseppe Barbera

Nel tentativo di renderli il più possibile simili a noi, assegniamo alla vita degli alberi un vocabolario che è proprio degli uomini e delle loro relazioni. Sono intelligenti, collaborano (sono social, si è arrivato a dire!), soffrono o sono felici, hanno memoria e coscienza, amano la musica, riconoscono forme e colori, ecc. Convinti di comprenderli meglio, li umanizziamo. Forse per amore, ma con il risultato di assoggettarli al nostro universo cognitivo ed emotivo e così definirne, guidati da interessi parziali, ruoli e destini.

Non rispettiamo, come dovremmo, la loro autonomia biologica (ci sono da milioni di anni e ci sopravviveranno), non consideriamo quanto essi siano diversi dagli uomini con cui convivono. Dimentichiamo addirittura che sono autotrofi e si nutrono di sostanze inorganiche mentre noi (gli animali) siamo eterotrofi, cioè carnivori o erbivori. Li vogliamo simili a noi così da continuare a essere i dominatori senza limiti della Terra: despoti assoluti, padroni di piante e animali che con noi, invece, partecipano a un unico sistema, legati gli uni agli altri dalle leggi della ecologia. Preferiamo tenere separato (“divide et impera”) ciò che la vita unisce. Se volessimo prenderne effettiva cura, come avviene negli ecosistemi, riconosceremmo che con piante e animali bisogna stringere alleanze e non imporre ciechi domini.

Trattandosi di esseri viventi, in una cosa fondamentale ci somigliano: la loro vita è in relazione con l’ambiente che li circonda, ma attraverso una prossimità che è ancora maggiore di quanto avvenga per noi. Alcune loro caratteristiche – quelle che il linguaggio comune assimila alle umane (intelligenza, memoria, capacità di comunicare…) ma che le scienze ecologiche e biologiche distinguono – sono sviluppate a partire dalla loro incapacità di spostarsi autonomamente (ah! le radici!), almeno in quanto individui, e dalla conseguente necessità di essere in strettissima relazione con l’ambiente contiguo. Molecole, insetti, funghi, flussi, onde ne sono il tramite: la pianta, la popolazione, la comunità ne sono recettori e utilizzatori. Tra questi il più intelligente è l’uomo.

Giardiniere, selvicoltore, paesaggista o agricoltore conosce l’adattabilità all’ ambiente delle piante. Ha la capacità, con tecniche perfezionate in quindicimila anni di rapporto confidente, di sostenerne la crescita e sviluppare funzioni diverse che giustificano la cura; siano queste quelle della produzione, della bellezza o degli equilibri ambientali. Un rapporto tra uomini e piante, che non sia né irrazionale né solo sentimentale, deve riconoscere la diversità e il comune tendere al benessere sistemico vegetale, animale, umano: quello del giardino planetario.

Il luogo di incontro e di scontro privilegiato – un tempo era il campo, il bosco coltivato o il giardino – è diventata la città con le alberate lungo le strade, piccole aiuole, suoli e aria inquinati. Lì l’alleanza tra uomo e albero dovrebbe stringersi per il bene di entrambi. Ma tra irrazionali e ignoranti emotività e la scomparsa dei saperi tecnici, la battaglia è disperata. Ne parleremo ancora: in Sicilia, la cura riservata agli alberi è, più che altrove, metafora di quella che gli uomini le dedicano.