Casa Ravidà a Menfi, uno dei primi esempi di Neoclassico siciliano, conserva intatti i ricordi di due secoli di storia. Racconta un paese, le vicende di un mondo ormai scomparso e le trasformazioni rivoluzionarie che hanno cambiato per sempre il modo di fare agricoltura

di Maria Matranga
Fotografie di Tullio Puglia

È una casa padronale che racconta la storia del vino e dell’olio di Menfi, una casa che intreccia vicende di nobili e di agricoltori, podestà e beati, di matrimoni e di figli. Una dimora costruita nel 1787 che è uno dei primi esempi di architettura neoclassica siciliana, con il pronao, le colonne, un patio incantevole e un’incredibile serie di stanze affrescate ed elegantemente délabré che si affacciano sulla campagna.

Insospettabile, un colpo d’occhio che si svela aprendo un vecchio cancello nel centro della cittadina, casette basse e trattori che borbottano per strada, a raccontare l’antica vocazione agricola di questo borgo, diventato soltanto trent’anni fa destinazione di mare: prima méta di pochi radical chic, adesso più conosciuta, ma sempre appartata, per chi ama la spiaggia selvaggia e il piacere serale dei buoni indirizzi dove bere e mangiare. Niente mondanità, qui. Perché Menfi è ed è sempre stata innanzitutto campagna.

Testimoni di questa storia sono gli occhi chiari – ereditati dalla trisnonna inglese – delle sorelle Lucia e Maria Ravidà, settantasei anni l’una e ottantanove l’altra, una tribù di figli e di nipoti legati a questa dimora come al tronco di un antico albero di ulivo. Sono rimaste loro due di quattro fratelli (c’erano anche Nicolò e Luisa, morti negli anni scorsi), figlie di Luigi, il “patriarca”, che con la moglie Natalia Stagno ha dato vita a questo ricco ramo familiare che ha ripreso in mano i vitigni e gli uliveti di famiglia.

“Mio padre – racconta Lucia – era avvocato e badava alle campagne del principe Fabrizio Pignatelli, il proprietario di gran parte di queste terre, forse sperava in un matrimonio tra mia sorella Maria e il figlio del principe. Ma il ragazzo, Nicolò Pignatelli, sposò una nobile romana ed ebbe poi una seconda moglie americana. Lavorava con Gianni Agnelli. Mi ricordo una passeggiata tutti insieme, sulla spiaggia di Porto Palo, erano gli anni Sessanta del secolo scorso. Mio padre gli diceva: conservalo un pezzettino di terreno per i tuoi figli, qui sono le tue radici, qui c’è la tua storia. Ma lui volle vendere tutto, la moglie americana gli diceva che qui c’era la mafia, che bisognava tagliare”. Chi rimase, invece, impresse un’altra storia.

Una storia che ha tre nomi: quello, appunto di Luigi Ravidà, quello del notaio Palermo e quello del barone Vito Planeta, il padre di Gigi e di Diego, i protagonisti del Rinascimento vinicolo siciliano. Ma qui siamo ancora agli albori, ai tempi del vino sfuso con gradazioni alcoliche da capogiro. Insieme costituirono una cantina sociale, l’antesignana della cooperativa Settesoli, mettendo insieme produttori grossi, piccoli e piccolissimi. Un accordo tra notabili del posto, in un paese piegato dalla crisi del Dopoguerra e desertificato dall’emigrazione. La storia della nascita della viticoltura e dell’olivicoltura moderna in Sicilia, dopo l’epoca delle coltivazioni di grano a perdita d’occhio.

Vista dal di dentro, una grande avventura in una terra ancora arcaica. “Raccoglievamo le olive a mano – racconta Lucia – e le portavamo sui trattori nei frantoi qui vicino. In campagna, visto che non c’era l’acqua, avevamo le canalette in cemento che raccoglievano l’acqua piovana, io e mia sorella Luisa giocavamo con le rane, l’uva si pestava in piazza, era una grande festa. Il principe Fabrizio – anche lui avvocato – aveva la casa a Menfi, c’era un’amicizia familiare, quando veniva qui a casa in onor suo preparavamo la pastiera napoletana, si mangiava in una stanza che in un tempo ancora precedente era la cappella. Si beava di vedere i campi gialli, il principe, e io non capivo, dicevo che li preferivo verdi”.

Un’infanzia felice, prima della guerra, con ragazze alla pari tedesche e poi, più tardi, francesi. “Eravamo liberi, giravamo in bicicletta, non c’era una sola macchina, in spiaggia poche capanne di legno”.

Ricordi di un tempo perduto. “Noi piccoline andavamo nella stanza dell’alcova dove dormiva mia nonna, Maria Zalapì, e facevamo lavoretti di ricamo, alle sei del pomeriggio si diceva il rosario con una vicina di casa, Antonietta, una contadina sposata a un signore molto corpulento che era tornato dagli Stati Uniti e ci portava sempre dei cioccolatini buonissimi. Durante il Rosario si addormentava. ‘Antonietta!’, gridava mia nonna e lei riprendeva: Santa Maria…”. La nonna morì a più di cento anni, sempre religiosissima, “d’altronde qui in famiglia abbiamo anche avuto un beato, Luigi Rabbatà, sacerdote carmelitano vissuto tra il 1420 e il 1490 e proclamato da Papa Gregorio XVI che ne riconobbe i miracoli nel 1841. I suoi resti si trovano oggi nella Basilica di Maria, a Trapani”.

Proprio in questa casa c’era la prima cantina del paese, fatta di quindici botti. Ma c’era soprattutto un via vai di gente del posto. “Tutta Menfi veniva da nostro padre – raccontano le due donne – sia perché faceva il podestà sia per chiedergli consiglio sulle coltivazioni, Voscenza benedica”. Morirà nel 1977, cinque anni dopo lo seguirà la moglie, anche lei a suo modo imprenditrice. “Mia madre si lamentava sempre dei soldi che non bastavano mai – racconta Lucia – della campagna governata da Madre Natura, basta una stagione sbagliata e sono guai. Guardava intorno a sé tanta gente che non lavorava, soprattutto donne, le spinse a mettere a frutto la loro capacità nel ricamo, fondò una società con il suo nome, Natalia Ravidà, creando dei disegni particolari”.

Un nome, Natalia Ravidà, ereditato da una delle nipoti (la figlia del fratello di Lucia, Nicolò) che oggi è presidente della società che ha valorizzato la storia dell’olio di famiglia. Un olio, targato appunto Ravidà, che nel 1991 fu il primo siciliano a essere venduto all’estero, rompendo il monopolio dell’aristocrazia ligure e toscana. Dallo sbarco a Londra, un successo internazionale di vendite e riconoscimenti. Il vino prodotto nel feudo storico, invece, si conferisce ancora alla cantina, nell’attesa di un progetto di rilancio e di valorizzazione che faccia il salto all’imbottigliamento e all’etichetta.

La memoria resta in questa casa che le due donne hanno avuto in eredità insieme ai discendenti dei fratelli, la casa dove i cassetti custodiscono ancora i tovaglioli in stoffa ricamata che la nonna Natalia numerava (il numero 1 era per il marito, il 2 due per se stessa, la moglie, il numero 3 per il primogenito Nicolò, e così via dicendo). Una casa dove vigevano regole severe. “Ai pasti suonava la campana – raccontano Lucia a e Maria – e se non si arrivava puntuali si mangiava in cucina”.

Una casa che è un tesoro ma anche una responsabilità pesante, con continue esigenze di manutenzione e di tutela. Recentemente un finanziamento statale ha consentito di recuperare i tetti e alcune parti monumentali, ma c’è tanto da fare. Gli affreschi, gli intonaci, il primo piano dove dormivano cameriere e bambinaie. Secoli di storia.