Piccola, estrema, bellissima, Linosa conserva intatte tutte le meraviglie del mar Mediterraneo. Da scoprire

Testo e foto di Antonio Schembri

Una scheggia di lava sperduta a sud, tra cielo e mare. Non è Lampedusa. Ma l’altra: quella quattro volte più piccola, che appare 57 chilometri prima se si sceglie di raggiungere l’arcipelago delle Pelagie con il traghetto da Porto Empedocle. Schiva, selvaggia, torrida anche col maestrale, Linosa sembra una quinta dimenticata nella scena blu zaffiro del Mediterraneo, a 160 chilometri dalla Sicilia e a una distanza di poco inferiore rispetto alla costa tunisina. Sta lì, senza nemmeno un porto vero, a suscitare sogni, non certo rapidità. Per questo una sia pur esigua pista per aerei tra le sue rocce sembra inconcepibile.

Tra le piccole isole abitate del Mare Nostrum nessuna è distante dalla terraferma come Linosa. Anche quando la si comincia a scorgere all’orizzonte a miglia di distanza, l’antica Aethusa per i Greci e Algusa per i Romani, attira fuori sul ponte o fa schiacciare il naso sull’oblò per lanciare magnetici segnali d’avviso dal suo profilo dolce e misterioso. Una volta sbarcati sull’approdo di Cala Pozzolana di Ponente, è l’urto stordente di un gancio imparabile. Decisivo, quell’attimo: o ti fa desiderare di ripartire alla svelta oppure sei già innamorato in pochi secondi. Potenza dei contrasti di Linosa. Quelli cromatici della sua lava, anzitutto.

A crearli è stata la diversa natura del vulcanismo che ha dato origine all’isola: una combinazione di esplosioni e effusioni di magma solidificatosi in una sorprendente varietà di colori. È ciò che si osserva soprattutto in questa insenatura, la più ampia dell’isola. L’ampio intarsio giallo-arancio sulla parete arsa dal sole fa assumere alla Cala Pozzolana di Ponente tonalità fiammeggianti durante i tramonti estivi. E riassume le malìe di questa isoletta che – secondo i geologi – è la parte sommitale spenta da millenni di un grosso sistema vulcanico che poggia sul bordo meridionale della placca europea a oltre mille metri di profondità e di cui l’altra parte emersa è l’isola di Pantelleria. A parte le dimensioni e il fatto che la “sorella maggiore” sia un vulcano attivo, sono molte le similitudini tra le due isole.

Ci sono poi i riflessi delle scogliere, digradanti o a strapiombo in un mare cristallino che offre tutte le tonalità del verde e dell’azzurro prima di diventare abissale. E, ancora, il verde della macchia mediterranea, con mirto e lentisco, capperi e timo che incrociano i loro profumi e si mescolano a ciuffi di asparagi e ginepri marini, ginestre di scogliera e gigli di mare. Fiori spettacolari, questi, che per tutta l’estate punteggiano le pendici dei cinque rilievi di Linosa, sormontati da crateri: Monte Vulcano, sommità dell’isola con i suoi 195 metri, Monte Nero, Monte Rosso e i più piccoli Monte Bandiera e Monte Calcarella. A completare l’orografia, poco sopra il livello del mare, il cratere più grande: è la Fossa del Cappellano, splendida area solcata anche da vigneti di zibibbo.

Ma Linosa offre una tavolozza di colori nel suo abitato, un grumo di case che dalla collina si allunga fino allo Scalo vecchio. Quasi tutte hanno la facciata dipinta con allegri abbinamenti color pastello: giallo con bordo rosso, azzurro e bianco, bianco e rosso. Immagini, queste, che si possono cogliere anche con un’escursione di una sola giornata a Linosa, grazie all’aliscafo che la collega a Lampedusa in un’ora. Ma non basterebbero a rendere l’idea di viaggio nell’incanto, sopra e sotto il mare, che questa frontiera geografica riserva a chi aspira a capirla un po’ di più.

Con ogni probabilità a scoprire Linosa furono i Fenici, sebbene non ci sia nessun segno della loro presenza. Forse fu abitata dai Greci e molto più in seguito dai Saraceni, ma quasi certamente costituì un avamposto strategico per i Romani durante le guerre puniche. Lo dimostrerebbe l’architettura delle numerose cisterne per la raccolta dell’acqua piovana. Ma la storia della comunità di Linosa, nome derivante da Lenusa, come l’isola veniva indicata nelle carte nautiche a partire dal 16° secolo, comincia solo nel 1845, anno della sua colonizzazione. L’operazione riguardò un gruppo di trentatré persone, reclutate con bando pubblico e guidate dal capitano della marina borbonica Bernardo di Sanvisente, incaricato dal Re delle due Sicilie, Ferdinando II di gestire la distribuzione e la coltivazione delle terre.

Ogni isola ha i suoi personaggi-guida. Quelli di Linosa sono diari viventi che raccontano l’immensa pazienza e l’attaccamento viscerale alla propria terra dei suoi 450 abitanti. Popolazione che in inverno si dimezza, perché i giovani vanno a scuola a Lampedusa o nelle città siciliane dove hanno parenti o possono trovare un appoggio e quasi sempre le madri li accompagnano. Di questi personaggi, Gerlando Errera è il più “vulcanico”. A sessant’anni scatta ancora come un ragazzino e porta con orgoglio un soprannome acrobatico, “Barone Rosso”. A affibbiarglielo furono alcuni turisti, esterrefatti dall’abilità con cui riesce a zigzagare tra gli scogli con la sua pilotina di legno, a bordo della quale mostra ai turisti le bellezze di Linosa. “Qui – tiene a dire – tutti siamo contadini perché l’agricoltura rimane l’attività principale, ma siamo anche barcaioli e pescatori stagionali (Linosa non ha una marineria, ndr) nonché muratori, imbianchini e ottimi cuochi”. L’isola nera è difatti anche un piccolo paradiso gastronomico che ruota sulla produzione locale – “tutta ‘bio’, altro che fertilizzanti chimici”, puntualizza sempre il “Barone”. Ceci e fagioli, ma soprattutto lenticchie e capperi, che invadono la carreggiata con le loro cortine di fiori profumati. Questi due ortaggi sono le principali prelibatezze locali.

Che sia un’isola per pochi, Linosa lo comunica senza mezzi termini. Vi arrivano a circolare al massimo 1.200 persone al centro dell’estate e chi la sceglie immaginando di trovarvi feste alla moda ha commesso un clamoroso errore di rotta. Sull’isola non sbarcano autoveicoli, fatta eccezione di quelli dei residenti che li utilizzano malvolentieri. Cosicché le strade rimangono piuttosto solitarie. E siccome sono ben asfaltate si prestano a essere percorse, oltre che con uno scooter, affittabile tra i diversi moto-noleggi del paesino, in bicicletta o a piedi. La principale è una “semi-perimetrale”: non consente cioè l’intero periplo, in quanto la costa sud-orientale dell’isola, da Punta Calcarella alla Cala Pozzolana di Levante è impervia.

I saliscendi sono continui, ma anche sui pedali le salite più ripide non scoraggiano. Quando la ruota anteriore comincia a divagare per i primi effetti dello sforzo, arriva la discesa: momento rigenerante grazie a visuali nelle quali entrano il mare, i muretti a secco e filari di fichi d’India a perdita d’occhio, piantati dagli isolani come barriere frangivento a protezione delle colture. Se per compiere il giro dell’isola, undici chilometri, in bicicletta occorre circa un’ ora, a piedi si può agevolmente completare in poco più di due ore. Ma meglio dilatare i tempi, sostare, indugiare su scogliere e un entroterra agricolo affascinante, fatto di piccole vallate alternate a pianori coltivati, dove cespugli di vegetazione spontanea, inclusi more e capperi invadono strade e trazzere.

Linosa è meta ideale per gli amanti del trekking a intensità moderata. I sentieri, tutti ben segnalati, sono otto. Imperdibile quello che conduce sul Monte Vulcano. Vi si accede appena fuori dal paese, poco prima che la strada principale si incunei in un piccolo canyon, chiamato u passu. In circa mezzora di cammino il sentiero conduce alla vedetta della Finanza, punto panoramico sull’intera parte occidentale dell’isola con il suo abitato, per poi svoltare sul versante opposto dal quale la vista della Cala Pozzolana di Levante è mozzafiato.

Dopo un centinaio di metri si incontra il pendio che porta dritto al cratere, percorribile sull’orlo con un po’ d’attenzione oppure scendendovi dentro, dove si trovano un vigneto e l’immancabile distesa di fichi d’India. In discesa, la sottostante stradina sterrata si apre su uno scenario che non si dimentica: quello dei Faraglioni visti dall’alto. Difficile, una volta a valle, eleggere il punto più bello della costiera linosana.

“Oltre allo spettacolo dello specchio d’acqua delle due cale di Pozzolana, proprio quello dei Faraglioni è una tappa obbligata”, considera il ‘Barone Rosso’. Gli scogli sparpagliati creano un insieme di calette e piccole piscine con fondali poco profondi, interessanti da sorvolare con maschera e pinne fino alla Grotta del Greco. Percorrendo l’isola in senso antiorario, non sono poi da meno gli altri siti della costiera di Levante. Come Punta Calcarella, formazione rocciosa multicolore, la Baia del Conte e la Piscina Naturale, ubicata sotto il Faro di Beppe Tuccio (nome del primo farista di Linosa) e collegata al mare aperto da un tunnel subacqueo a 5 metri di profondità. Sul versante nord, invece, c’è la banchina di Cala Mannarazza, un punto comodo su cui stendersi al sole e, di notte, ammirare il brillìo del plancton sotto il pelo dell’acqua.Sulla frastagliata costa sud-orientale di Linosa, la sciara del Monte Vulcano e i Fili, rocce che fanno pensare a libri sovrapposti, “sono il top della natura di Linosa – rimarca Errera. Un anfratto nascosto in questa cala strettissima è conosciuto come ‘cella frigorifera’ perché – racconta – l’acqua, mantenuta fredda dalla roccia, consentiva ai pescatori di conservare il pesce per giorni grazie a una rete, come fosse una vasca”.

Ma l’autentica magia di Linosa sta nella vita del suo mondo animale. La comunità di Berte Maggiori che stanzia sull’isola da febbraio a ottobre, con le sue circa diecimila coppie, è la più popolosa d’Europa. L’emozione di incontrarle in barca mentre si assiepano per riposare galleggiando in raft, proprio come grandi zattere, di ritorno dalla loro caccia giornaliera sul mare e poi ascoltare il loro canto notturno simile a una litania, è uno dei regali più preziosi di Linosa: “Abbiamo accertato che questi uccelli acquatici compiono lunghissime migrazioni fino all’Oceano Atlantico, dove rimangono per metà dell’anno, poi tornano qui per riprodursi – spiega Giacomo dell’Omo, presidente di Ornis Italica, l’associazione naturalistica che porta avanti in collaborazione con l’Università di Palermo un programma di monitoraggio e tutela di questi affascinanti uccelli acquatici, che rimangono in coppia per l’intera vita. Leggiadre in volo, le berte. Ma goffe e vulnerabili tra i loro nidi, ricavati tra le rocce dove tornano solo dopo il crepuscolo. “Le loro uova (ne depositano solo una a gestazione, a cominciare dai primi 6 anni di età) sono preda facile di animali e anche dell’uomo. Per questo vanno protette”.

Linosa è anche l’isola delle tartarughe. Per via del calore trattenuto dalla sua sabbia nera e per il fatto che è ancora poco antropizzata e molto buia la notte, la spiaggia della Cala Pozzolana di Ponente negli anni è diventata un luogo piuttosto gradito dalle caretta caretta per scavare il nido delle proprie uova. Inoltre a poca distanza funziona anche un centro di recupero delle tartarughe che sta dando risultati anche sul fronte dell’educazione ecologica dei pescatori che battono questa zona del Mediterraneo e degli stessi turisti. La liberazione in mare di esemplari guariti dagli effetti di inquinamento, traffico marittimo e pesca costituisce ogni volta un avvenimento, che si conclude con lo snorkeling di quanti vogliono salutare i simpatici rettili mentre riprendono il largo. “Con i nostri campi di volontariato attiriamo appassionati della natura da tutto il mondo e ogni estate riusciamo a curare e rimettere in acqua una media di 40 esemplari”, dice Stefano Nannarelli, responsabile dell’associazione Hydrosphera.

Ma la vera festa è nel mondo sottomarino di Linosa. Limpidi e luminosi, i suoi fondali riservano emozioni travolgenti in tutti e tredici i punti d’immersione censiti e frequentati sia dai due diving locali sia da quelli di Lampedusa. Tra questi, il sito della Secchitella, promontorio subacqueo a circa mezzo miglio dalla costa, raggiungibile in barca, rappresenta l’antologia della bellezza sommersa. Le pareti, che digradano da cinque a settanta metri di profondità, sono il rigoglioso habitat di cernie, dentici e ricciole di grossa taglia e lucenti barracuda: “Soggetti fotografici superlativi, così come tantissime altre specie mediterranee, nonché il pesce pappagallo, colorato pinnuto che, dopo articolate peregrinazioni dai mari tropicali, è praticamente diventato autoctono di queste acque e il raro pesce coniglio”, illustra Giovanni Ombrello, fotografo subacqueo habituè di Linosa.

Altro ‘spot’ gettonato dagli scuba-divers, Balata Piatta: un itinerario molto panoramico fino a trenta metri, caratterizzato da una scogliera sommersa di colonne di basalto, curiosamente squadrate. Osservata in risalita, la sua prospettiva simile a quella di una piramide Maya sembra uno scherzo dell’azoto.