A Malta dalla metà del Cinquecento in avanti, con la fondazione della nuova città La Valletta, inizia un incessante flusso di tecnici e artisti in arrivo dalle coste siciliane. Così si unirono per sempre architetture e saperi di uomini divisi dal mare

di Armando Antista

Il piccolo arcipelago posizionato al centro del Mediterraneo custodisce una storia straordinaria avviata con la consegna delle isole, per mano di Carlo V, nel 1530, all’Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani di San Giovanni, cacciati otto anni prima da Rodi dalle truppe di Solimano il Magnifico. Da quel momento gli orizzonti culturali e artistici di Malta, distante appena 45 miglia dalle coste sud-orientali della Sicilia e da sempre feudo del Viceregno, sarebbero stati stravolti, proiettati repentinamente verso nuovi confini.

In un continente lacerato da guerre, l’Ordine rappresentava una forza di coesione contro il principale nemico comune di tutti gli stati dell’Europa cristiana di età moderna: il Turco, ossia l’impero Ottomano. Fu così che Malta divenne la sede di una vera e propria corte militare costituita da esponenti delle maggiori aristocrazie europee, trasformandosi nel fulcro di una fittissima rete di scambi che non intaccò mai, però, il legame privilegiato con la vicina Sicilia.

Le città del Regno erano, d’altronde, lo scalo più vicino, le riserve di grano una preziosa fonte di sostentamento che sopperiva alla cronica insufficienza della produzione garantita dai brulli terreni maltesi. Fino all’approdo dell’Ordine le arti e l’architettura furono espressione diretta dell’ambiente siciliano, come testimoniano alcune opere conservate all’interno del Mdina Metropolitan Museum, tra cui il magnifico coro ligneo rinascimentale commissionato nel 1482 agli ebanisti catanesi Parisio e Pietrantonio Calacura.

Lo scenario cambiò grazie ai contributi di uno stuolo di artisti e tecnici provenienti da Italia, Francia, Spagna, convocati per dare vita agli ambiziosi programmi costruttivi dei Cavalieri. Il più urgente era il completamento di un formidabile sistema difensivo, specie dopo il terribile assedio organizzato dalla flotta ottomana nel 1565, cui l’Ordine riuscì a resistere ma che avrebbe costituito per sempre uno spauracchio. Per almeno tre secoli si costruirono incessantemente bastioni, fortezze, torri costiere che resero inespugnabile l’arcipelago e i documenti d’archivio riportano, anche a secoli di distanza, il costante riferimento al timore per un nuovo attacco. La prima impresa fu la fondazione di una città nuova fortificata, una sede adeguata alle esigenze cortigiane e di autorappresentazione dei Cavalieri. La Valletta prese il nome dal Gran Maestro (la massima carica dell’Ordine) Jean Parisot de la Valette, il suo principale promotore.

Il progettista del piano urbano fu il toscano Francesco Laparelli da Cortona, sostituito poi dal maltese Girolamo Cassar, grande protagonista dell’architettura rinascimentale nell’arcipelago. Eppure il faraonico cantiere della città, avviato nel 1566, attirò una quantità esorbitante di operai dalla vicina Sicilia, risorsa indispensabile per la costruzione di una miriade di edifici che andavano completati in brevissimo tempo.
Le ricadute degli scambi culturali e delle migrazioni dei maestri tra le due isole sull’architettura tra XVI e XVII secolo non sono facilmente apprezzabili, anche per via della perdita ingente del patrimonio siciliano causata dal sisma del 1693. Eppure in alcuni dettagli si annidano evidenti indizi del trasferimento di immagini, idee, modelli progettuali.

Si veda il caso della bugna a punta di diamante, elemento decorativo che caratterizzò il Rinascimento dell’Italia centro-meridionale, utilizzato anche in Sicilia nella seconda metà del Quattrocento (Palazzo Steripinto a Sciacca, Palazzo Ciambra a Trapani Castello di Pietraperzia), introdotta a Malta nei cantieri de La Valletta e ben presto divenuta elemento irrinunciabile dell’architettura locale tra XVI e XVII secolo. Si tratta di uno di quei motivi che, nella ristretta comunità costruttiva maltese furono oggetto, tra Cinque e Seicento, di una sorta di gara all’emulazione. Le ritroviamo sulle cornici di finestre e portali, sui fusti di paraste e trabeazioni, ma è sulle coperture in pietra delle chiese parrocchiali di centri come Attard, Birkirkara, Zebbug e Naxxar che si disvela la più sorprendente invenzione del rinascimento maltese: un fittissimo reticolo di piccoli cassettoni con bugne piramidali ricopre uniformemente le superfici voltate.

Nulla del genere sembra sia mai stato realizzato in Italia, per trovare un riscontro bisogna spingersi fino alla penisola iberica, negli anni ’80 del Cinquecento. Eppure dalle carte d’archivio emergono tracce di opere siciliane oggi perdute, che forse costituirono dei precedenti: la chiesa di San Giovanni a Ragusa, descritta dal Padre Zaccaria Gurrieri, di cui oggi rimane in piedi soltanto una porzione delle arcate, era “tutto involtato di piccoli quadri sceltissimi”, forse cassettoni lavorati come quelli maltesi. Per ovvie ragioni geografiche la Sicilia sud-orientale era l’area più strettamente legata a Malta, ma anche nella lontana Castelbuono, nel 1570, il mercante Saluzzo di Vincilao commissionava una cappella nella chiesa di San Francesco, da coprire con una volta a crociera costolonata con cassettoni “ad punti di diamanti”: un’opera in cui il linguaggio tardo-gotico e quello rinascimentale si mischiano liberamente, raggiungendo un esito forse simile alle coperture dello scalone della Sacra Infermeria de La Valletta, opera di Girolamo Cassar. Esisteva, dunque, nella Sicilia del Cinquecento, una sequenza di fabbriche dimenticate di cui possiamo forse scorgere un tenue riflesso nell’architettura maltese.

Le due isole condivisero, poi, la predominanza della pietra da taglio come elemento costruttivo. La totale assenza di boschi negli aridi terreni dell’arcipelago rendeva l’acquisto di legname costosissimo, così non solo le murature ma anche le coperture erano realizzate con blocchi di calcarenite tagliati in modo da essere assemblati per dare vita a superfici voltate anche complesse. Si tratta di una tecnologia che comporta difficoltose implicazioni geometriche nel disegno delle facce dei conci che devono essere intagliati e poi posti in opera in modo da aderire perfettamente l’uno all’altro e accomuna luoghi anche distanti del bacino del Mediterraneo, da alcune regioni europee al Maghreb, al Medio Oriente.

Anche l’Italia centro-meridionale e la Sicilia offrono opere in cui l’architettura in pietra da taglio raggiunse vette straordinarie e proprio il Val di Noto, stando a quanto è possibile ricostruire dalle opere sopravvissute al terremoto e dalle descrizioni dei cronisti, rappresentava un’area in cui i maestri avevano raggiunto un altissimo grado di specializzazione. Malta, dunque, costituì un fertile campo di sperimentazione, anche grazie al contributo degli ingegneri militari dell’Ordine provenienti dalle principali civiltà costruttive della pietra, come Spagna e Francia.

La scala elicoidale ovale del Palazzo Verdala, opera cinquecentesca attribuita a Girolamo Cassar, rappresenta uno dei più audaci traguardi dell’architettura in pietra da taglio in tutto il Mediterraneo. Proprio l’abilità dei maestri siciliani e maltesi nell’intaglio lapideo contribuì a favorire i frequenti viaggi dei tecnici tra le due isole, che offrivano innumerevoli opportunità. Nel 1621 Antonino Cassar, forse parente di Girolamo, era l’architetto della città di Scicli, titolo che ne sanciva il successo professionale, ed era coinvolto nella realizzazione di volte in pietra nella chiesa Madre.

Qualche decennio dopo, invece, fu il celebre architetto toscano Francesco Buonamici da Lucca, giunto a Malta per mettere mano all’ammodernamento del sistema difensivo, a inseguire insistentemente una carriera siciliana. E ci riuscì, grazie anche al supporto dei Gesuiti. Intervenne, infatti, in un gran numero di cantieri da un lato all’altro dell’isola, lavorando a Piazza Armerina, Siracusa, Palermo, Trapani, Mazzarino, Noto. Per la chiesa di Casa Professa a Palermo progettò una cupola che risolse definitivamente gli annosi problemi statici che avevano portato più volte al collasso della struttura. Nella progettazione della Cappella Torres nel Duomo di Siracusa mise in campo un repertorio decorativo che attingeva al mondo di immagini veicolate delle incisioni internazionali e che ritroviamo anche nei due oratori degli Onorati e dell’Immacolata Concezione annessi al complesso gesuitico de La Valletta.

Buonamici, in definitiva, condusse una carriera itinerante, che gli permise di allontanarsi periodicamente dal circoscritto contesto maltese, che doveva stargli stretto stando alle sue stesse parole: “Sono ormai vent’un anni che sto in questo purgatorio”. Eppure l’isola viveva un notevole fermento architettonico e artistico. Le operazioni di decorazione e doratura delle cappelle laterali della cattedrale di San Giovanni a La Valletta, ad esempio, coinvolsero intorno alla metà del Seicento gran parte della comunità artistica, che diede vita a un’opera in cui confluirono modelli progettuali e repertori decorativi eterogenei, espressione della cultura siciliana e italiana come di quella francese. Un ambiente stimolante, di cui certamente lo stesso Buonamici si nutrì.

Oltre un secolo dopo, la parabola professionale di Stefano Ittar, conclusasi a pochi anni dall’invasione napoleonica dell’arcipelago, costituisce l’ultimo capitolo della secolare committenza architettonica dell’Ordine e ripropone nuovamente il rapporto privilegiato con la Sicilia orientale, dove il polacco Ittar si trovava prima di essere chiamato a progettare la nuova Biblioteca dell’Ordine voluta dal Gran Maestro Emanuel de Rohan nel 1776. Il linguaggio adottato si allontana notevolmente dal tardobarocco delle opere catanesi, come la chiesa della Collegiata con le sue pareti ondulate.
A Malta Ittar introdusse repertori decorativi che si avvicinano al linguaggio neoclassico. Eppure nella chiesa di San Domenico ripropose fedelmente il modello che aveva sperimentato nella chiesa di San Placido a Catania, indizio della versatilità dell’architetto di fronte alla committenza. Ancora una volta le vicende architettoniche dipingono Sicilia e Malta, “percosse dall’istesso mare”, quali comunità attraversate da flussi incessanti di tecnici e saperi, in grado di influenzare e modificare reciprocamente le storie di uomini, linguaggi, tecnologie.