Alla scoperta dell’Accademia di Belle arti di Palermo dove si formano gli artisti del futuro. Un luogo carico di fermenti creativi che stanno cambiando la città e alimentano nuove possibilità di lavoro

di Antonella Lombardi
Foto Fondo fotografico Accademia di Palermo

Il fermento da strisciante è diventato contagioso, plasmando quella che era un’energia sotterranea in talento da esporre. E così capita di vedere decine di allievi dell’Accademia di Belle arti di Palermo discutere animatamente, come in una famiglia allargata, di allestimenti e contemporaneo con i loro insegnanti, forti del successo di chi li ha preceduti e di un rinnovato entusiasmo. Perché nell’anno di Manifesta, di Palermo capitale italiana della Cultura, del mecenatismo dei Valsecchi, è questa la fucina che esprime e forma non solo talenti artistici in grado di competere con i loro coetanei europei, ma anche grandi professionisti al lavoro nelle istituzioni e aziende di tutto il mondo: scenografi, fotografi, restauratori, grafici, curatori, scultori, esperti di comunicazione digitale e decoratori. 

Sono loro l’espressione di una dissonanza di cui andare fieri, un esercito di giovani pronti a rompere quel pregiudizio secondo il quale l’arte contemporanea non ha diritto di cittadinanza al Sud, e tanto meno può dare lavoro. Perché al contrario tantissimi di loro scelgono di restare per contribuire al cambiamento del proprio territorio. All’Accademia delle belle arti di Palermo gli allievi hanno gli sguardi avidi di chi vuole imparare, e la serenità di chi ha appagato un sogno che si autoalimenta, come Martina Ricciardi, al terzo anno del corso di didattica dell’Arte: “Le radici sono imprescindibili, anche quando devi confrontarti con il contemporaneo. Qui è tutta una scoperta, e dell’arte siciliana si conosce e pubblica pochissimo”. Una sorpresa per Martina, che ha scelto di fare una ricerca sugli apparati decorativi delle chiese gesuitiche barocche. “Voglio restare qui perché la città sta vivendo uno slancio che offre possibilità di lavoro inedite altrove”. 

Lo conferma anche Silvia Maiuri, originaria di Barcellona Pozzo di Gotto, appassionata di scrittura e ora alle prese con il biennio di specializzazione sugli allestimenti: insieme ad altri suoi compagni ha creato “un collettivo grazie al quale facciamo mostre di artisti emergenti in case private o in locali pubblici, curando allestimento e contenuti. Il sogno è diventare curatori e qui lo stiamo già facendo”. Ne sono convinte anche Claudia Macaione e Manuela Alfieri, che in realtà sognano un lavoro al “Maat di Lisbona o alla Fondazione Prada” ma confessano di aver scoperto, grazie all’Accademia, una serie di gallerie e piccole realtà stimolanti dove le collaborazioni spesso si trasformano in occasioni di lavoro. 

Perché lo sforzo corale che da anni l’Accademia porta avanti  con i suoi docenti è proprio quello di ridurre il gap con il Nord e frenare l’emorragia di talenti. “Gli studenti iscritti l’anno scorso sono stati 1559 – dice il direttore Mario Zito – e c’è un trend di crescita del 10 per cento. Abbiamo un’offerta formativa molto variegata e corsi altamente professionalizzanti, come quelli su grafica e audiovisivo. Abbiamo studenti che oggi lavorano alla Apple di Cupertino o espongono nelle gallerie di tutto il mondo, ma essere artisti oggi è una grande sfida, anche perché bisogna far capire al pubblico e al privato che l’arte non può essere svenduta. Da qui nasce l’idea di retribuire alcuni ragazzi che hanno lavorato al Premio nazionale delle arti con delle borse di studio. È un messaggio per la società: non può esistere arte senza committenza. E la società ha bisogno di creativi”. 

Alcuni esempi li snocciola Agnese Giglia, insegnante di Allestimento degli spazi espositivi:  “Una mia allieva ha allestito qui la mostra di Robert Capa, un altro lavora alla Farm cultural Park di Favara, pochissimi ormai vanno fuori, nessuno per necessità”.

“Al mio arrivo ho trovato un’Accademia in ottime condizioni, sana, sia dal punto di vista economico che artistico e con ottime relazioni con la città – dice il presidente Alberto Coppola Amero d’Aste Stella – Il fatto che gli iscritti siano cresciuti è il segnale di una qualità artistica elevata, non a caso siamo gli unici in Sicilia come Accademia ad avere un corso di restauro che abilita alla professione con un esame di Stato finale e appena cinque iscritti l’anno, molto seguiti. L’humus palermitano è straordinario, spinge a esporre e vivere il territorio; qui stanno accadendo cose che qualche anno fa sembravano inimmaginabili”. 

Tra i corsi più affollati c’è fotografia, con classi che arrivano anche a cinquanta iscritti. Nascono le collaborazioni con il tessuto sociale della città e le sue istituzioni, con partnership che fanno da trampolino di lancio per il lavoro e si traducono in scelte di impegno civico. È il caso dell’ “utopia felice” realizzata nel quartiere Danisinni dall’insegnante di scenografia Valentina Console. Qui allievi dell’Accademia, abitanti, artisti, Comune e associazioni hanno lavorato insieme a diversi progetti di riqualificazione con collaborazioni con il Teatro Massimo e progetti in fieri con il Teatro Biondo.

“È iniziato tutto dipingendo una parete. Un nostro ex allievo, Marco Mirabile, ha portato l’arte sacra dentro le case degli abitanti, disegnando, su richiesta, la Madonna. Del resto qui la parrocchia è l’unico presidio di un territorio spesso noto per l’assenza di servizi. Ora  invece Danisinni è diventata un’oasi di energie creative.

La connessione tra l’arte e gli abitanti ci ha permesso di realizzare una fattoria sociale con un teatro tenda su un terreno di diecimila metri che era abbandonato e che ci è stato concesso in comodato d’uso, e un museo con una collezione di 104 opere donate da artisti di tutto il mondo. Sono esperienze importanti, che fanno capire ai ragazzi il ruolo delle istituzioni. Un mio allievo l’anno scorso ha lavorato da scenografo al Teatro Massimo per La bella addormentata, un’altra fa le illustrazioni per l’azienda Tasca D’Almerita. Oggi ci sono più chance al Sud”. 

“I nostri corsi sull’audiovisivo sono molto professionalizzanti, per il corso di graphic design riceviamo circa 120 domande, ne accettiamo cinquanta, ma i nostri allievi sono motivati – spiega Fausto Gristina  Il nemico peggiore è l’isolamento, e noi che siamo un’Isola, cerchiamo collaborazioni con Unesco, Palazzo Mirto e altre istituzioni. Una nostra allieva, Sabrina Ciprì, ha realizzato il logo di Palermo Capitale della Cultura. Qui si impara a coltivare una mente curiosa”. Molto successo riscuotono anche il corso del fumetto, introdotto due anni fa, o quello sul fashion design dello stilista Sergio Daricello.

“Abbiamo lavorato a lungo con un gruppo di colleghi per far sì che Palermo potesse diventare un posto dove esprimersi come artisti a 360 gradi – spiega Daniela Bigi – Quando sono arrivata qui da Roma l’idea era che si dovesse fare tanto e l’Accademia era sganciata dalla vita cittadina e dal mondo dell’arte. Ora è una delle migliori d’Italia. Certo, c’è chi ancora fatica a pensare che il Sud possa esprimere un’eccellenza in campo artistico, ma è solo un pregiudizio”.

Ma a preoccupare i docenti, però, è l’assenza di spazi stabili per il contemporaneo. “Abbiamo recuperato la nostra storia e ridotto molto la distanza con il Nord  – spiega Paola Nicita, giornalista e insegnante di Comunicazione e valorizzazione delle collezioni museali –  molti ragazzi hanno avuto modo di collaborare a vari progetti di Manifesta, ma quando questi eventi finiscono, devono rimanere dei luoghi stabili dove poter realizzare dei progetti”. 

Uno di questi è Palazzo Ziino, dove il Comune di Palermo ha affidato all’Accademia di Belle arti la direzione artistica delle attività, trasformando uno spazio espositivo in un cantiere di sperimentazione per i giovani. “Abbiamo fatto una scelta forte, posizionare una sola opera per ambiente che però fosse l’opera, in modo da costringere il giovane artista a dialogare con lo spazio”, spiega Gianna Di Piazza, che insieme ai docenti Daniela Bigi e Toni Romanelli ha condiviso diversi progetti che hanno lasciato un segno. Come la biblioteca, “con un fondo storico importante e testi del ‘600 – racconta Di Piazza – e opere del contemporaneo che l’hanno resa un punto di riferimento aperta al pubblico della città. O l’osservatorio permanente, con il quale offriamo agli allievi la possibilità di capire l’opera, discuterla, perché ci crediamo ancora fermamente e il nostro compito è portare lo studente a  un livello di consapevolezza che gli permetta di inserirsi, come succede, in mostre su tutto il territorio”.

Una missione condivisa da Toni Romanelli, ideatore della collezione “Libri d’artista”, segnalata dal Mibac come una delle più importanti sul territorio e con tre opere che a novembre andranno in mostra a Milano al Binario 21. Romanelli è bolognese, e a Palermo ha scelto di restare “accettando una sede che prima era vista come un esilio. Il libro d’artista rappresenta uno dei luoghi di libertà e intimità assoluta – spiega – e la collezione all’inizio è nata per documentare la presenza dei docenti all’interno dell’Accademia.

Presto però la raccolta si è impreziosita con donazioni di artisti contemporanei e di giovani artisti dell’Accademia, con opere concettuali, dipinti tridimensionali, sculture da sfogliare, archivi di foto, creazioni di gesso, cera e pigmenti. A Torino 150 opere della collezione sono state esposte all’ Officina della Scrittura, il primo museo al mondo interamente dedicato al Segno e alla Scrittura. La collezione e la biblioteca nascono per la città e questa è un’azione politica legata al tema del dono. Qui ci sono dei diamanti che fanno brillare le nostre azioni e di questo il Meridione deve prendere atto”.