Dai teatrini al successo in tv, al cinema e ora anche come musicista. Storia di un comico che, con arguzia e intelligenza, sa sempre come farci ridere

di Laura Anello

Il primo scherzo lo fece nella sua Galati Marina, un pugno di abitanti a dodici chilometri da Messina. “Riempii il paese di volantini che dicevano che sarebbe venuta la Democrazia Cristiana a portare pacchi di pasta e scarpe, d’altronde fino a pochi anni prima lo facevano davvero. Arrivò un sacco di gente, fu uno spasso”. Già. Se per Francesco Guccini la provincia è “grazia e tedio a morte”, per Nino Frassica – suo coetaneo di altre latitudini e altro talento – la provincia è stata la molla della sua irresistibile comicità.

“La giornata di paese è sempre uguale – racconta l’attore – negli scherzi ho trovato la soluzione per non annoiarmi”. Nascita nel 1940, infanzia e giovinezza a Galati Marina, oggi Frassica si divide tra la radio (Programmone su Radio2), la tv (Che tempo che fa e le riprese della fiction che lo vedrà debuttare a breve su Canale 5, mentre la nuova serie di Don Matteo è ancora in fese di scrittura) e gli esilaranti show musicali che conduce in giro per l’Italia a fianco dei Los Pluggers, nome ispano-anglofono che allude al plagio, visto che quel che suonano sono strampalatissime cover di canzoni, mescolate in modo surreale da Frassica in un’insospettabile versione frontman.

Da Orietta Berti a Santana, da Romina a Modugno, alto e basso insieme, si comincia da una parte e si arriva da un’altra, sul filo del surreale. Apparizione straordinaria, a settembre, al Teatro antico di Taormina, in apertura del GdShow diretto da Salvo La Rosa, quando ha fatto piegare in due dalle risate anche le autorità in abito blu sedute in prima fila. Camaleontico, davvero, Nino Frassica, anche in questa intervista al telefono dalla sua casa di Roma – un’altalena di serietà quasi professorale sul senso della comicità e lampi improvvisi di battute – dove è rimasto bloccato da un’influenza, rinviando diverse serate nella sua amata Sicilia. 

E quindi frate Antonino da Scasazza è diventato il leader di una band musicale?
“In realtà lo faccio già da un po’. Devo dare atto a Mara Venier di avermi messo alla prova su questo terreno, più di dieci anni fa. Conduceva Domenica In e mi chiese di partecipare. Io le risposi che non avevo niente da promuovere, niente di pronto, e lei mi propose di cantare. Perché non fai qualcosa di Indietro tutta? Mi disse. Nacque così il rifacimento di Grazie dei fiori bis, poi venne il resto. Adesso ho un repertorio di due ore e passa, dentro una canzone ce ne infilo altre trenta, la mia mania di dissacrare l’ho portata nella musica. E con me ci sono i Los Pluggers, una straordinaria band di musicisti tutti messinesi che l’amico Ivano Girolamo mi ha aiutato a trovare. La musica arriva subito, in modo diretto, arriva in tutti i contesti, anche quelli più grandi e dispersivi. Le cose più intimistiche me le riservo quando sono in radio”.

Si annoiava a Galati Marina?
“Cercavo in ogni modo di evitarlo. La voglia di ridere per uno come me, irrequieto, è stata la risposta alla possibile noia della giornata di paese. Lo scherzo è già teatro, perché metti in scena una cosa che non è vera. Poco dopo la storia della Dc, durante una crociera della scuola su una nave russa – che già è surreale – io e due miei compagni alle due e mezza di notte ci siamo messi a gridare: ma che cos’è tutto questo casino?  E tutti, dietro di noi. Ma che succede? Ma che cos’è tutto questo casino? Non si sapeva chi era stato. Ma nessuno aveva fatto niente”.

Il classico ragazzino che fa impazzire insegnanti e genitori…
“Ma non è neanche vero. Fuori da questi momenti diventavo mansueto, normalissimo, forse anche timido. Mio padre, impiegato al Comune, mia madre, casalinga, mi lasciavano fare. Anche perché non chiedevo soldi, ho imparato prestissimo a mantenermi da solo, a casa stavo poco e niente, ero sempre al bar, a quattordici-quindici anni gestivo una discoteca, il dancing Golden Gate, con alcune persone più grandi di me. Cercavo il pubblico, cercavo lo spettacolo, il ballo, il gruppo musicale che suonava, facevamo il concorso di Miss”.

E come andò il Golden Gate? Nome ambizioso a Galati Marina…
“Male, perché il pubblico buono e con i soldi se ne andava a Taormina. Ma io mi davo da fare in mille altri modi. Pure defilé di moda ho presentato, io che di moda non capivo assolutamente niente, dalla Paoletti, una casa di abbigliamento. Mi davano i foglietti e io leggevo”.

Ma davvero i suoi genitori non l’acciuffavano e la riportavano a casa? Capisco che eravate una famiglia numerosa con altri quattro figli…
“Ma no, anche perché erano anni duri, avrei potuto cascare nella droga, nella delinquenza, nella violenza della politica estrema. Io ero un bravo ragazzo, frequentavo musicisti, attori, artisti, teatranti. E poi se tu hai un figlio intelligente ti fidi”.

E allora, dopo lo scherzo sulla nave da crociera che cosa successe?
“Successe che capii che avevo voglia di fare sketch a teatro ma avevo troppo poco materiale, con tre sketch non fai uno spettacolo. Allora, grazie al mio compagno di scuola Nino Alessandro, uno bravissimo a organizzare – eravamo insieme sui banchi dell’Istituto di Ragioneria – riuscimmo a mettere insieme una compagnia di ragazzi, scegliendo i più figli di buona madre, i più faccia tosta. Chi sapeva ballare, chi sapeva cantare, o semplicemente chi aveva il coraggio di farlo. Chiamai la compagnia ‘I cantatori pelosi della cantatrice calva”, citando Ionesco. Il primo spettacolo che scrissi si chiamava C’è, ci fu, ci sarà la scuola. Sulla scuola del presente giocavamo sul luogo comune del raccomandato, su quella del passato facevamo i cavernicoli che imparavano le vocali, pue, pua, il futuro era popolato di razzi e di astronavi. Certo, non era Pirandello, c’erano delle ingenuità ma erano già figli di Alto Gradimento, di Cochi e Renato”.

Ma chi veniva a questi spettacoli?
“Stampavamo i biglietti e li vendevamo classe per classe. Finché abbiamo preso in affitto un teatro, la Sala Laudamo di Messina, era il 2 marzo 1970, il giorno del mio debutto. Pensi che nel 2020, tra due anni, farò cinquant’anni di carriera. E lì ero tutto: autore, talent scout, ero uno dei comici, c’erano altri ragazzi forti. Facevo pure una manifestazione che si chiamava Sculpop 70 con tredici complessi musicali e li presentavo io, alla Mario Marenco. L’anno successivo feci C’è, ci fu, ci sarà la guerra, e poi un altro spettacolo che non aveva titolo. Per vendere più biglietti, visto che c’era stato il film Il Padrino, lo chiamai i Padrini”.

E che c’entrava il Padrino?
“Niente”.

Ma funzionava questo teatro?
“Non so, perché era sempre pieno di parenti, amici, compagni. E con i soldi dei biglietti pagavamo l’affitto della sala”.

E con le ragazze come andava?
“Beh, essere simpatici una mano la dà, ti fa guadagnare punti. E avevo anche fantasia nel corteggiamento, non facevo scena muta. Anche se, allora e sempre, sono sempre le donne a scegliere”.

Da quel pubblico di parenti al successo che cosa succede?
“Succede che arrivano le radio e le tv private, siamo tra il 1976 e il 1977. Fino ad allora c’era soltanto la sede regionale Rai della Sicilia, a Catania, dove orbitavano artisti di grande livello, Turi Ferro, Tuccio  Musumeci, Leo Gullotta, un gruppo affiatato ma io neanche provavo a bussare a quelle porte. Parlavo pure un dialetto diverso. E allora con le tv e le radio private non ci sembrò vero che si aprivano nuove porte.  Ho cominciato così nella radio Antenna dello Stretto, in coppia con Salvatore Trimarchi, cantautore di Monforte San Giorgio, uno abbastanza moderno che in zona aveva avuto i suoi successi, aveva scritto In fondo al viale per i Gens, adesso purtroppo non c’è più. Lì cominciai a fare le mie cose sgangherate, non ero Bramieri, non ero Walter Chiari. Era un successo limitato ai figli di ‘ndrocchia, vale anche adesso. Per il successo popolare in tv non serve essere cervelloni, per le mie cose serve un target diverso, più sottile, più avvertito, quello che non ama le barzellette. Maturai il mio genere surreale. Perché la comicità è una scienza. Fatto sta quando feci parte della prima trasmissione di Renzo Arbore, Radio anghe noi, nel 1982, ero pronto. Durò tre anni. E ogni anno che passava, Arbore, Boncompagni e Marenco mi davano più spazio per i miei sketch”.

Adesso arriviamo ad Arbore. Prima però c’è stato il Piccolo di Milano, il tempio della prosa…
“Il biennio del Piccolo è stato il 1975-1976, dopo anni di pendolarismo tra Galati e Roma, il tempo in cui mi guardavo intorno per cercare di capire dove e come muovermi. Di prosa in senso classico ne ho fatta pochissima e ho capito che non era quello che davvero volevo fare, io volevo fare ridere, il mio mondo erano le radio libere e le tv private. Erano gli anni della grande confusione del teatro in Italia, dei grandi bluff, di quella che andava sotto il nome di sperimentazione e che in realtà spesso non aveva sotto niente. C’erano attori che in Sicilia non sapevano recitare e snobbavano il teatro dialettale, considerandolo tradizionalista e conservatore. Ma la verità è che le basi servono. E che un quadro astratto, se non hai le basi, non lo sai fare”.

Del famoso messaggio lasciato sulla segreteria telefonica di Arbore che cambiò la sua vita si sa. Lui racconta che rise a crepapelle e la chiamò. 
“Si è scritto ma spesso si sbagliano le circostanze. Quelli della notte era ancora lontano, il messaggio telefonico è  del 1979. Quando lessi sul Radiocorriere Tv che Andy Luotto l’aveva chiamato pensai: quasi quasi faccio la stessa cosa. Lasciavo ‘sti messaggi e in ogni messaggio cercavo di essere sintetico cercando però di far scappare una risata. Arbore mi racconta che se li sentiva, li faceva sentire agli amici, rideva. Così, quando tre anni dopo fece Radio anghe noi, mi chiamò. E da lì nacque tutto il resto, Quelli della notte, Indietro tutta, il successo…”

Dopo la celebrazione del trentennale di Indietro tutta, nel dicembre scorso, tornerà a fianco di Arbore il prossimo dicembre. Due puntate su Rai2, il 10 e il 17 in prima serata, dedicate alla canzone  umoristica italiana, titolo “Guarda…Stupisci”. 
“Sempre bello lavorare con quel gruppo, ci trasferiremo per due settimane a Napoli. Renzo è riuscito a dirottare questa produzione nella sua amata Napoli, la patria della canzone. Io ci ho provato tante volte per qualche episodio di Don Matteo, ho cercato di convincere la produzione a girare in Sicilia, ma nella Sicilia vera, con gli attori veri, i figuranti veri, l’accento vero, non questo siciliano di maniera che non esiste. Ma ogni volta è una battaglia, sempre questioni di soldi. Sono contento di girare in Sicilia la fiction di Canale 5 che probabilmente andrà in onda in gennaio. Quattro puntate dai toni leggeri di cui sarò protagonista. Ma non posso dire altro”.

Le piacciono i comici di oggi?
“La comicità moderna è vecchia, anche Crozza si rifà a quella che facevano gli altri. Teresa Mannino, bravissima e classica. Colorado, Zelig non mi piacciono, anche se dentro c’è tanta gente brava, a partire da Checco Zalone, fortissimo. Maccio Capatonda, Mago Forest, Cacioppo, questi mi fanno ridere. Circola la bravura, ma l’originalità è rara. Le battute sull’acqua di Chiara Ferragni io non le farò mai, mai sfotterò Carlo Conti dicendo che è nero, mai detta una parola sulla bandana di Berlusconi. E la satira politica non mi è mai interessata”.

Ma lo scherzo sulla Dc che fece da ragazzino è già politico…
“Sì, involontariamente dentro ci può stare la satira, perché se prendi in giro una cosa prendi anche in giro il pensiero politico che ci sta dietro, ma io non parto da quello. Io mi dedico al surreale, alle assurdità degli uomini. Quando mi fanno i complimenti e mi dicono bravo, non sono contento, io non sono per la bravura, sono per l’originalità. A me piace quando mi dicono: sei unico”.