Con gli occhi di: Fabio Sgroi. A metà degli anni Ottanta arriva in Sicilia l’onda della rivolta antisistema. Fissata per sempre nelle immagini di un, allora, giovane artista

di Gabriele Miccichè
Foto di Fabio Sgroi

1984-1986. Due anni poco celebrati della recente storia di Palermo.
Il Sessantotto è (quasi) ufficialmente tramontato con il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro nel 1978. In Italia, e un po’ in tutto il mondo occidentale, è cominciato il riflusso. Nel Nord si respira già l’aria della Milano da bere. L’immigrazione muove, ma molto timidamente, i suoi primi passi. All’inizio soprattutto dal Nord Africa. Palermo è veramente una città ai margini, con – in più – la sua storia. La mafia ha alzato il tiro. Tra il 1982 e il 1983 sono stati uccisi – tra gli altri – il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie, i giudici Rocco Chinnici e Ciaccio Montalto, il poliziotto Ninni Cassarà, il segretario regionale del PCI Pio La Torre.

La Primavera di Palermo cronologicamente non è lontana, Orlando sarà eletto sindaco nel 1985. Ma dopo quegli omicidi sembra remotissima.
1984-1986 è, adesso, un libro fotografico di Fabio Sgroi, fotografo classe 1965 (1984-1986. Early Works, Yard Press, 25€).
Sgroi ci racconta una Palermo diversa. Nonostante la lontananza, la marginalità, il sangue, la città continua a seguire, e per alcuni aspetti ad anticipare, le correnti del pensiero e della cultura europea.

Sono gli anni del punk. Dei Sex Pistols, di Vivienne Westwood, di David Bowie. Nel 1982 è uscito il film Blade Runner. Nel 1984 William Gibson ha pubblicato Neuromante, dando inizio anche in letteratura alla stagione cyberpunk. Dopo la controcultura, forte, degli anni Settanta è, quella punk, una subcultura politicamente ambigua, culturalmente incontrollata, che realizza le sue cose migliori nel campo della musica e della moda. Si svolge nelle periferie emaciate, emarginate di Londra, Glasgow, Berlino. Nell’immaginario si cristallizza nelle stazioni delle metropolitane stroboscopizzate dalle acide luci al neon dei treni in corsa. O nelle enormi aree dismesse di un industrialismo già profondamente in crisi.

Come si declina questo fenomeno in una città mediterranea? Nonostante tutto, solare? Nella Scilla e Cariddi degli anni Ottanta in Italia, la P38 da un lato, l’eroina dall’altra, a Palermo manca uno dei termini: le armi in Sicilia non le controllano le schegge impazzite della politica. Sono appannaggio di altri e più organizzati eserciti. Le foto di Fabio Sgroi ci restituiscono quindi una città e una gioventù che non può essere paragonata a nessun’altra. Sgroi quando le realizza non ha ancora 19 anni.

La città, i giovani – gli amici e i luoghi che frequentava – rappresentano la sua vita di post adolescente, ma costituiscono soprattutto il laboratorio cruciale della sua futura professione. E quindi, con la sua macchina fotografica al seguito, assistiamo al realizzarsi di nuove cifre, nuovi modelli di aggregazione. I luoghi collettivi non sono più le assemblee studentesche, le riunioni politiche, le manifestazioni. Sono adesso i luoghi dove si ascolta la musica, ci si incontra semplicemente per stare insieme, per farsi una canna, bere una birra. E per suonare. La musica, spesso demenziale e nemica di ogni virtuosismo, diventa uno strumento per opporsi agli straight edge, i perfettini, anche di sinistra, agli hippy conformisti. Un desiderio anarchico di oltrepassare ogni canone.

La moda ammicca ovviamente ai modelli d’oltralpe, ma spesso bastano due spilloni da balia per sentirsi punk. Comincia l’uso dei primi tatuaggi, sì, ma le facce forse sono meno feroci: incazzate certo, allucinate a volte. Ma l’impronta palermitana e popolare rimane. E i luoghi? Qual è la periferia di Palermo, quali le sue aree dismesse? Certamente non i quartieri dormitorio – il CEP, lo ZEN incubi subliminali di cui non è rimasta documentazione, se non nelle forme di più esplicita violenza – né tanto meno la periferia industriale, sebbene agonizzante. Non il centro storico ancora completamente abbandonato.

La periferia urbana di Palermo è una periferia piccolo borghese, una periferia dell’anima. Inagibile e disprezzata villa Siringa (la villa Sperlinga frequentata negli anni Settanta dalla sinistra extraparlamentare e ora militarmente occupata dagli spacciatori) la periferia che ci racconta Sgroi è l’ancora incompiuto cavalcavia di via Belgio, viale Strasburgo, Resuttana.
Ragazzi che suonano, che bevono, che cercano di far l’amore sotto il palco di un concerto, che si risvegliano sbronzi, che si baciano. Ragazzi i cui punti di riferimento sono sempre più incerti che si costruiscono – o provano a farlo – una vita tutta loro.
Poi?

“Ci perdemmo di vista, ognuno appresso ai propri cazzi, alcuni si rasarono il cranio, altri cambiarono strada, ogni tanto vedevamo la mano felice di uno di loro emergere come una bolla di pesce sulla superficie dell’acqua. La riconoscevo nei manifesti dei gruppi di ultradestra, nei primi corpi tatuati, su una locandina di un gruppo Hard-Punk, l’ho incontrata che vendeva articoli porta a porta, che suonava una chitarra Old Style o in giro per l’Italia verso i lidi dell’operoso Nord, l’ho vista a teatro, l’ho vista scattare fotografie, servire ai tavoli, dipingere quadri…”.

Così si conclude il testo di Francesco De Grandi che accompagna il libro. Oggi affermato artista, allora uno di loro.