Alle città del diverso presente serve una biourbanistica capace di ricomporre l’alleanza tra vegetale, animale e antropico, rimodellando lo spazio urbano della loro coesistenza

di Maurizio Carta

La natura vegetale è una delle più potenti forze che hanno plasmato il pianeta. Le piante, come scrive mirabilmente Emanuele Coccia in La vita delle piante. Metafisica della mescolanza, “attraverso la fotosintesi, hanno permesso di cambiare lo statuto della materia che ricopre la crosta terrestre, trasformandola in centro di accumulazione dell’energia solare. Le piante cesellano e scolpiscono incessantemente il volto del nostro mondo”.

Alle città del diverso presente, quindi, serve una biourbanistica capace di ricomporre l’alleanza tra vegetale, animale e antropico, rimodellando lo spazio urbano della loro coesistenza. Al rinnovato rapporto tra città e natura sarà dedicata la prossima XXII Triennale di Milano dal titolo Broken Nature, curata da Paola Antonelli, attraverso esempi di architettura e design come riparazione e costruzione di connessioni tra i cicli naturali.

È quello che sta accadendo a Palermo con la fattoria sociale di Danisinni, a Favara con il progetto Hortus, a Gibellina con il rural hub, a Poggioreale con le interfacce “urbarboree”. Nel nuovo rapporto con la città, però, la natura non deve essere un oggetto da esporre in una teca di cristallo mentre intorno la vita minerale si svolge indifferente, ma dobbiamo incentivare un mosaico continuo, in cui quasi non distinguiamo le tessere minerali da quelle vegetali.

Non dobbiamo ricadere in quel conflitto cantato nel 1988 dai Talking Heads in (Nothing but) Flowers, in cui descrivono con ironia un mondo sovrappopolato dove i confini tra città e natura sono crollati, con autostrade e parcheggi trasformati in campi agricoli e i supermercati e le fabbriche in montagne e fiumi. Ma il protagonista non riesce a nascondere la sua malinconia per il tempo felice in cui i segni del progresso erano i negozi, le auto e le ciminiere, perché la bellezza della natura stava nel suo essere confinata all’esterno e di poter essere godibile a comando.

Il dilemma del giardino planetario ci mette di fronte alla scelta tra parco recintato e natura interconnessa, tra isole orticole e arcipelaghi rur-urbani. Perché la natura urbana non sia una moda passeggera serve una vera biodiversità urbana, in cui parchi, giardini e orti formino un mosaico vegetale innestandosi tra gli edifici per abbellirli e rinfrescarli, producano cibo sano, creino corridoi ecologici comunicanti, per permettere al flusso genico di scambiarsi tra le diverse popolazioni (umane, animali e vegetali) e rendendo le città permeabili alla natura nella sua forma più vera e vitale, permettendo agli impollinatori di muoversi e ai semi di viaggiare. Questa è per me una città vegetale, vera, viva e in continua evoluzione.