Nell’annunciargli la tragedia che avrebbe devastato per un decennio la vita di Paolo Luzi, il cognato aveva esordito con le parole: nulla, nulla di grave

di Santo Piazzese

Nell’annunciargli la tragedia che avrebbe devastato per un decennio la vita di Paolo Luzi, il cognato aveva esordito con le parole: nulla, nulla di grave. Luzi aveva sentito che il collo gli si irrigidiva fino a diventare un blocco di pietra. Un riflesso che non lo avrebbe più abbandonato e che da quel momento gli avrebbe segnalato infallibilmente le menzogne dei suoi interlocutori.

Luzi è uno strizzacervelli, e la reattività del suo collo gli consente di intuire che la giovane paziente Teresa Gorrini, quando ha dichiarato di volere uccidere il suo ex fidanzato Luca Latorre, gli ha ammannito una bugia ciclopica. Lei e Luca non hanno mai interrotto la vecchia relazione, anche dopo il matrimonio del giovane con la moglie Sonia. Teresa aveva aggiunto di avere deciso di ricorrere al terapeuta nella speranza di essere dissuasa dal commettere il delitto. Luzi, annusata la bugia, cerca di saperne di più, ma risveglia solo la diffidenza della ragazza. Come se non bastasse, Teresa affronta Sonia per la strada e comunica anche a lei l’intenzione di uccidere Luca.

Così, quando l’uomo viene effettivamente assassinato in un parco pubblico, è fatale che Teresa diventi la principale indiziata e, poco dopo, venga arrestata. Responsabile delle indagini è un tale commissario Diego Ingravallo. Il quale, a differenza del suo celebre omonimo gaddiano, è nato e cresciuto in Alto Adige e legge in versione originale Kafka, Musil, Mann e il prediletto Joseph Roth.

A completare la fauna cospicua e differenziata che anima la vicenda, c’è il padre di Luzi, un idraulico in pensione, mattoide, gran tombeur de femmes e autore di una teoria suggestiva: nella complessa rete dei tubi degli impianti idraulici scorre un fluido che sovrintende alla vita delle persone, decidendo quando si incontreranno. Dopo l’arresto della ragazza, il dottor Luzi, convinto della sua innocenza, fa in modo da incontrare il commissario, che, come lui, non crede che l’autrice del delitto sia Teresa. Un rapporto che evolverà in una vera e propria amicizia.

Nell’innocenza di Teresa credono persino la neo-vedova, i genitori e i suoceri della vittima. E pure gli inseparabili, i suoi amici di una vita, una banda variegata di cui fanno parte una marchesa decaduta, un penalista, la figlia sovrappeso di un industriale dolciario, Sonia e Luca. La soluzione, come da tradizione, arriva quando tutto sembra perduto. Un piede in due scarpe, dello scrittore e psicoterapeuta Bruno Morchio, è ambientato nel 1992, in una Genova di carrugi, crêuze e folate di buriana, fascinosa come nelle canzoni di De Andrè. Uno psico-noir metaletterario, di piacevole lettura. E un’indagine sulle conseguenze estreme dell’amore.