Nel cuore di Palermo sopravvive ancora l’antica cultura dei musici artigiani. Vi aspettano in concerto alla sartoria eleganza

di Laura Grimaldi

Lo trovi sempre lì, con il suo sorriso accogliente, nel piccolo laboratorio di sartoria che racconta tanto di lui. Della sua lunga attività di sarto e della sua grande passione per il mandolino che suona da autodidatta. Presidio di una tradizione antica di artigiani-musici ormai scomparsa, anche se più lentamente nelle regioni del Sud Italia.

“Sartoria Eleganza”, sta scritto sull’insegna verde della bottega di Andrea Vajuso, a Palermo, al civico 3 di via Beati Paoli che ogni sabato pomeriggio si trasforma nella sala prove di un gruppo di appassionati di musica popolare napoletana e siciliana. Per due ore, dalle 17 alle 19, il suono del mandolino insieme alla chitarra e alla fisarmonica si diffonde per la via del centro storico, alle spalle della Cattedrale, all’angolo con la caratteristica piazzetta Sant’Isidoro alla Guilla. Si ripassa il repertorio musicale fra macchine da cucire d’epoca e ferri da stiro a carbone.

“Tutti professionali”, dice Andrea Vajuso, figura minuta, sarto da una vita intera. Ce n’è uno in bella vista della Sartotecnica di Milano sul ripiano di una vecchia macchina da cucire a pedali inglese, una Wheeler  & Wilson. Più di mezzo secolo trascorso con ago e filo a cucire vestiti da uomo su misura. Ha iniziato presto Vajuso, che oggi di anni ne ha 74. Una vita tutta in salita. Aveva otto anni appena quando ogni mattina preparava la brace per il ferro da stiro nella sartoria di Francesco Paolo Manfrè, in via Maqueda.

A 17 anni aveva già una bottega tutta sua, sempre in via Beati Paoli, al numero 2, dirimpetto al laboratorio in cui oggi si dedica solo a piccole riparazioni di abiti. Due piccole stanze un tempo occupate dallo zio barbiere, fratello del padre. Anche lui suonava il mandolino. Di lunedì, notoriamente giorno di chiusura dei saloni da barba, alcuni suonatori si riunivano per un concertino. Era una consuetudine per gli artigiani-musici suonare nei momenti di pausa della loro attività. “Nel dopoguerra ha lavorato qui anche mio padre per alcuni anni e da piccolo qualche barba l’ho fatta anch’io la domenica”, dice ripescando tra i ricordi. Vajuso non ha fatto il barbiere e non è da questo zio che ha ereditato la passione per il mandolino. Bensì da Pietro, un fratello di sua madre Anna, che commerciava in stoffe. “Si suonava – racconta – nei momenti di pausa dell’attività”.

Lui è diventato sarto come il nonno paterno di cui porta il nome. Invece non ricorda quello del bisnonno che a metà dell’Ottocento cucì la redingote a Ruggiero Settimo, ammiraglio della flotta borbonica e ministro del Regno delle due Sicilie. “Un cappotto dal taglio molto appoggiato in vita e che si allarga verso fondo, come lo ritrae il monumento di piazza Politeama dedicato al politico palermitano”. Degno pronipote, Andrea Vajuso a 20 anni andò Roma per apprendere l’arte sartoriale. Imparò a cucire a mano frac, tight e smoking per l’alta società della capitale e per attori del cinema. “Ho cucito personalmente un vestito per Walter Chiari – racconta – e ho imparato a lavorare con tempo e precisione: per confezionare una giacca a regola d’arte ci vuole una settimana di lavoro”.  Lasciò la Capitale per raggiungere l’amore della sua vita a Palermo. Con lei ha messo su famiglia e oggi è un nonno orgoglioso dei suoi tre nipoti maschi. “C’è un altro Andrea Vajuso, figlio di mio figlio  – dice con gli occhi che luccicano -, suona bene il pianoforte”. 

Bravo con ago e filo, è altrettanto abile con il  mandolino che suona a orecchio. Il suo momento di celebrità lo ha avuto quando gli stilisti Dolce e Gabbana hanno voluto che suonasse nello spot girato a Erice per la linea profumi della Maison. Tanti anni fa, insieme a quattro amici – Matteo Cerni, Totò D’Alberto, Totò Pitti e Giovanni Sozzi – ha fondato un gruppo musicale e la sua sartoria è diventata centro di ritrovo per tanti  appassionati di musica popolare anche stranieri. “Mi scrivono dalla Francia, dal Messico e persino dall’Australia”, dice il sarto.  Da un anno Totò Pitti non c’è più. Una foto appesa alla parete lo ritrae abbracciato alla sua fisarmonica. Nuovi amici si sono aggiunti nel tempo: Michele Viola e Roberto Russomando, chitarristi entrambi.

“Chitarra, mandolino e violino erano suonati abitualmente per tradizione dagli artigiani quali barbieri, falegnami, fabbri, calzolai – spiega Sergio Bonanzinga, etnomusicologo -.  Strumenti a corda che formavano le orchestrine da ballo richieste in occasione di feste interfamiliari come battesimi e matrimoni e comunitarie come il Carnevale. A volte rappresentava una seconda attività per gli artigiani”. Qua è là, nella bottega da bohémien di Andrea Vajuso che tanto incuriosisce i turisti, accanto ai mandolini c’è un liuto arabo, un bouzouki greco, un banjo di origine africana, una chitarra americana. Tiene un mandolino anche accanto al letto, nella casa in affitto che fino a poco tempo fa divideva con la madre Anna, morta nel 2012 ultracentenaria. Una foto appesa in bottega la ritrae sorridente. Un fratello di sua madre negli anni Cinquanta veniva chiamato per cantare le serenate con il mandolino. Proprio lì, in quell’angolo di centro storico che da sempre è stato il suo mondo. Una tradizione che affonda le sue radici nel basso medioevo quella degli artigiani-musici. Lo testimonia un atto notarile del 1491.

“Attraverso questo atto – spiega Sergio Bonanzinga – il barbiere Gregorius de Berto si impegnava a insegnare al suo allievo Giovanni Speciale alcune composizioni vocali con accompagnamento strumentale, alcuni brani strumentali e altre cantilenas ad discretionem dicti magistri gregorii. Inoltre, il de Berto rimetteva a un altro magister (presumibilmente anch’egli “mastro” barbiere) il giudizio sulla bontà dell’insegnamento, allo scopo di acquisire in via definitiva il compenso anticipatamente versato dal suo allievo. Il documento non solo mette direttamente in relazione all’ambiente popolare un repertorio musicale di origine culta, ma ne inquadra anche la trasmissione all’interno della classe professionale dei barbieri”.