La caponata, si sa, è uno dei piatti simbolo della Sicilia. Il segreto del suo successo può essere ricondotto ad alcune caratteristiche gustative che la rendono perfetta

di Francesco Mangiapane

La caponata, si sa, è uno dei piatti simbolo della Sicilia. Il segreto del suo successo può essere ricondotto ad alcune caratteristiche gustative che la rendono perfetta per incarnare una serie di stereotipi legati alla nostra terra, di cui si propone come metafora compiuta.

Essa emerge, infatti, come perfetta ambasciatrice di una certa sicilianità: la caponata, nel racconto che di essa si fa in giro, non può che essere agrodolce, frittissima e appiccicosa, popolana, proprio come la Sicilia. Intorno a questo piatto, ha, così, finito per prendere forma un alone di sacralità, che, da una parte, ha relegato la caponata a preparazione mitologica senza tempo, dall’altra, ha legittimato la costituzione di una sorta di cordone di sicurezza intorno alla sua identità pronto a scattare alla minima imputazione di tradimento.

Come non ricordare, a questo proposito, la feroce campagna contro Star, colpevole di aver suggerito – che indecenza! – in uno dei suoi spot pubblicitari, di utilizzare il dado nella sua preparazione? Lo scandalo fu grosso, l’improvvido spot pubblicitario ritirato, la protesta velocemente archiviata come una delle mille tempeste in una tazza di tè, montate dalla Rete. Basta dare un’occhiata ai ricettari di soli cento anni fa per prendere atto di alcune evenienze. Innanzitutto, la caponata di oggi non somiglia affatto a quella attestata in tali ricettari storici. Si può anche prendere atto di quanto essa non sia un piatto autoctono, solo siciliano, quanto piuttosto un vero e proprio piatto-matrice diffuso in tutto il mediterraneo.

Il nostro amato intingolo, così, invece che identificarci univocamente ci permette di posizionarci reciprocamente in un continuum di varianti con i nostri vicini di casa: ratatouille, briami, shakshuka, pisto, imam bayıldı, sataras, sono solo alcune delle preparazioni sorelle diffuse fra una sponda e l’altra del mare nostro. Ci sono poi le versioni italiane, altrettanto variopinte: canazzo, cianfotta, tiella, ratatuja, panzanella e via dicendo. Tutte queste ricette hanno in comune, oltre che gli ingredienti di base, un’operazione culinaria fondativa che è quella di dadolare le verdure, così come attestato anche dall’etimologie più accreditate del termine [dalla radice latina cap(p)-*].

Ricordatevelo la prossima volta che il vostro ristorante di fiducia vi proporrà l’ennesima versione autentica di questo piatto, come condimento dell’immancabile tocco di capone.