Artisti italiani e internazionali hanno trovato nel centro storico di Palermo una “tela” perfetta. Così in città è fiorita la primavera dei murales

di Franco Greco

Sarà la capitale dei murales?
Palermo in questi ultimi anni ha visto fiorire una vera e propria primavera del graffito. Merito soprattutto di artisti internazionali che trovano nella città, nel suo centro storico, un terreno ideale per dipingere: Ema Johns, Hopnn, Pang, NemO’s, FX Collettivo, Alleg e tanti altri… Quest’anno in occasione di Manifesta molti artisti si sono ritrovati in città. Diversi di loro hanno lasciato un “segno” spesso da cercare in angoli inaccessibili della città.
Ma la vocazione a capitale del murale, Palermo la trova anche per merito di due iniziative finanziate da istituzioni ufficiali. Ed è una bella scommessa vedere gli artisti, abituati a dipingere in semiclandestinità, lavorare su spazi forniti dagli sponsor.
Elenk’Art ha affidato a Igor Scalisi Palminteri un intervento realizzato nel quartiere di Ballarò. L’artista – ex sacerdote francescano – ha, seguendo un’idea assai ambiziosa, coinvolto alcuni dei migliori artisti palermitani per creare il progetto “quadri di strada”, un vero e proprio museo all’aperto, il Museo Ballarò, che non nasconde la volontà di avvicinare strati di popolazione, che difficilmente si recano a visitare un museo, all’arte. I pittori coinvolti sono Fulvio Di Piazza. Alessandro Bazan, Angelo Crazyone e Andrea Buglisi.
Per sé Igor ha scelto un muro alto quindi metri in cui ha dipinto un “fondo oro” che riproduce San Benedetto il Moro, un santo africano tra i patroni di Palermo. Quasi certamente l’icona più grande al mondo. Ma sono molti gli artisti “tradizionali” sempre più attenti all’arte urbana. Un caso curioso è quello della giovane Maria Grazia Sessa che, con il nickname di Emmegì, dipinge sui muri di Marsala.
Con spirito analogo la Fondazione Federico II e la Galleria di palazzo Abatellis hanno commissionato a Gabriele Miccichè, editore e curatore di arte, e Alessandro Mininno, ex graffitaro laureato alla Bocconi in Beni culturali – che già si sono cimentati in progetti analoghi – la curatela per la realizzazione di quattro murales che saranno dipinti di fronte all’Oratorio dei Bianchi alla Kalsa. Alcuni writer – i siciliani Rosk&Loste autori del murale con Falcone e Borsellino alla Cala, Basik di Rimini, la veneziana Mbre Fats e la romana Camilla Falsini – lavoreranno sulle facciate di tre palazzetti e il recinto di un magazzino. Micciché e Mininno hanno già lavorato insieme tra il 2006 e il 2010.
Tra gli incarichi, il più importante è quello dell’arredo urbano per l’apertura di Triennale Bovisa, con una successiva mostra con catalogo sul fenomeno milanese, “Miname is”. Ma la tradizione dello scrivere sui muri a Palermo è assai antica. “Ognuno con la vernice sua ci scrive quel che ci pare” era scritto all’ingresso della Favorita negli anni Settanta. In bella ed elegante grafica (non altrettanto la sintassi) esprimeva, in tono liberatorio, l’acquisita libertà di espressione che il diffondersi delle bombolette garantiva agli “scrittori sui muri”. 
Perché quello della scrittura sui muri è, a Palermo, un fenomeno antecedente persino alla scena newyorkese degli anni Settanta.
Si scriveva di tutto: dall’enigmatico WILRE (che solo più tardi scoprii essere una scritta a favore della monarchia e quindi risalente al referendum del 2-3 giugno1946), ai Forza Palermo (Lazio, Milan, Juve ecc.), ai Morte al Fascio e Vota PCI, agli Assunta ti amo, trasformatosi nel corso degli anni in un più sintetico Assy TVTB4ever. E c’era onnipresente, ossessivo – misterioso persino – l’apodittico SUCA genialmente e pudicamente trasformato in 800A (ed era l’epoca della Abarth). Un vero unicum palermitano.
Sberleffo qualunquista, slogan politico, manifestazione di tifoseria, le scritte non avevano mai dato fastidio a nessuno. Erano parte dell’“arredo urbano”, quando ancora non si chiamava così. Quando però sull’onda della scena newyorkese, con il diffondersi delle bombolette a prezzi sempre più accessibili, anche a Palermo si crea una “scena” – è così che si definiscono le diverse crew di ragazzi che escono di notte per dipingere treni, muri, cassonetti – la reazione diventa infastidita, irritata, scandalizzata. Veramente difficile da capire.
Nelle periferie – orrende – delle metropoli negli ultimi cinquant’anni si è andata diffondendo e consolidando una vera e propria nuova arte popolare, anzi una vera e propria cultura popolare. Vi sono delle analogie assolute: chi distingue in una chiave di carretto, una maiolica, una pittura su vetro una mano particolare? Sembrano tutte egualmente belle, affascinanti (o brutte, naif): solo i veri conoscitori e gli stessi artigiani sanno bene qual è la mano del maestro. Lo stesso vale per le scritte dei writer, spregiativamente chiamati graffitari dal New York Times in riferimento agli autori anonimi delle scritte di Pompei (paragone che, quando è noto, riempie di orgoglio gli artisti di strada). Sembrano tutte uguali. Ma non è – ovviamente – così. I maestri della scena americana si chiamavano king e sono, o sono stati, famosissimi e valga su tutti l’esempio dell’inflazionato Basquiat.
Quella degli artisti di strada in Italia – terra di artigiani – è la storia di una vera e propria cultura popolare con i suoi maestri, allievi, stili diversi, scuole autentiche. E un dialogo tra arte e cultura di straordinario livello, che ha influenzato l’arte “ufficiale” ma anche – e forse di più – le più raffinate forme di artigianato: la moda, il design, la pubblicità.
Un gergo che diventa vero e proprio linguaggio. Gramsci, che di gerghi se ne occupò tanto, e ancora di più di arte popolare, scrive nel Quaderno 14, I: “L’artista […] non ‘segna’ esteriormente i suoi fantasmi solo per un suo ricordo, per potere rivivere l’arte della creazione, ma è artista solo in quanto ‘segna’ esteriormente, oggettivizza, storicizza i suoi fantasmi”.
L’espressione più pura del graffitismo – la sua autentica storicizzazione – è un gesto vandalico, la firma (nel gergo degli artisti la tag) che ha riempito le strade di tutto il mondo soprattutto negli anni Ottanta e Novanta. Poi il fenomeno, inevitabilmente si fa più complesso. Molti di questi vandali sono veri artisti: la firma, per quanto diventi elaborata e sontuosa ricerca di lettere e font sempre più elaborate, non può soddisfare del tutto. A Milano si trovano spazi che consentono un’espressione più completa: al centro sociale Leoncavallo (la “Cappella Sistina dei graffiti” la definisce Sgarbi), alla Bovisa per l’inaugurazione della Triennale Bovisa, si cimentano decine di gruppi con uno spirito diverso. Con spazi diversi. Con l’intenzione di lasciare un segno dichiaratamente estetico.
Il fenomeno si è diffuso. Sono emersi artisti come Banksy e JR; William Kentridge, uno degli artisti più amati dal sistema ufficiale dell’arte, ha lavorato su un enorme muro sulle rive del Tevere, nel centro di Roma. La Tate Modern a Londra ha fatto colorare la sua facciata agli street artist più noti (tra cui il bolognese Blu).
Ed è un po’ in tutta la Sicilia che questa tendenza si sta affermando. Ne sono testimonianza il progetto “Dallas in Prizzi”, pensato dal giovane psichiatra americano Dave Atkinson nel 2017, e il Festiwall di Ragusa in cui diversi artisti urbani si sono dati appuntamento nell’estate di quest’anno.
Un’ultima nota: le iniziative finanziate da Elenk’art, Fondazione Federico II e Galleria di palazzo Abatellis hanno l’ambizione di diventare degli appuntamenti annuali. Se così sarà Palermo rischia davvero di diventare la città dei murales. Speriamo.
Non dimenticando però che lo spirito più autentico dell’arte di strada rimane quello che indusse più di quarant’anni fa un anonimo, vandalo e appassionato, a scrivere: “Ognuno con la vernice sua…”.
Ottobre 2018