di Daniela Bigi

“Matite a pasta dura e pasta morbida, ossidi in polvere, cilindri, lenti e lentini aplanatici di diverso campo di ingrandimento, tubi di vetro, pietre d’agata, lame-bisturi di diverse misure e taglio, fogli di alluminio…”. Un elenco di materiali e di strumenti che offre uno scorcio del tavolo sul quale ogni giorno, con applicazione metodica e appassionata, i gemelli Ingrassia realizzano disegni di una perizia talmente mirabile da tradirne l’intento programmatico.

Il clima di questo tavolo-atelier, a leggere velocemente la descrizione che essi stessi ne forniscono, potrebbe rimandare al laboratorio di un ottico, di un orefice o, a voler essere nostalgici, a un vecchio ambulatorio di campagna, dove il cerusico era l’empirico testimone di una pratica secolare, il discepolo coraggioso di una misteriosa ars medica. Di fatto, nel lavoro dei due artisti catanesi, il rimando alla pratica artigianale calza perfettamente… e anche un po’ il mistero.

Carlo e Fabio da oltre un decennio lavorano come un’unica individualità creatrice, esprimendo l’affascinante condizione del doppio. Trascorrono ore e ore non solo sullo stesso cartone, ma su una stessa minuscola porzione di quel cartone, spesso di pochi millimetri. Essenzialmente disegnano, ma affermano che ciò cui danno vita è una forma di scultura. “Ci poniamo la questione della presenza materiale dell’opera, come relazione concreta, nel suo darsi come fatto concreto”.

Il loro lavoro mi fornisce due spunti di riflessione. Il primo ha a che fare con la tecnica e la fascinazione per la macchina; non mi riferisco però a quella otto-novecentesca di matrice positivistica, intrisa di fiducia teleologica nel progresso, penso piuttosto a quella più remota che, senza voler risalire al mondo antico o agli arabi ma rimanendo nello studio dei pittori, ci permette in un solo colpo di avvicinare Leonardo a Caravaggio, di immaginare l’entusiasmo di fronte alle possibilità offerte, per esempio, dalla camera oscura, dall’uso delle lenti, dentro esperienze che da conoscitive diventavano per alcuni quasi mistiche.

L’altro è legato alla complessità concettuale del disegno. Non potendo addentrarci nell’imponente storia della teoria del disegno, con le accese diatribe che l’hanno accompagnata, mi viene in mente un saggio recente del filosofo Jean-Luc Nancy, Il piacere del disegno e il disegno del piacere, che ben si addice al nostro caso. Intanto, mi tornare nitida la nota immagine di Alighiero Boetti che scrive contemporaneamente con la destra e con la sinistra. La prima è la mano del controllo, della logica, l’altra quella della libertà, del disegno, la mano del gioco. Il grande artista torinese, oltretutto, esplorò ampiamente il tema del doppio ed espresse con precisione l’esigenza di sdoppiarsi, di liberarsi dalla condizione del corpo unico, di quel “vaso angoscioso del soggetto”, decidendo – era 1971 – di firmarsi Alighiero e Boetti. Leggere oggi le sue dichiarazioni è ancora toccante.

I gemelli Ingrassia disegnano uno con la destra e l’altro con la sinistra, “Carlo definisce il segno, Fabio lo raccorda; uno nasconde, l’altro dimostra. Dobbiamo mettere l’opera a registro, dobbiamo copiare il silenzio”. Si muovono dunque in una porzione minima di spazio, quasi invisibile ad occhio nudo. Lì avviene la negoziazione tra le loro poetiche, lì le loro identità si scontrano, lì collidono a livello percettivo il vicino e il lontano. Ed è lì che va ricercato l’equilibrio, con l’ausilio della tecnica.

Il resto va da sé. L’opera non la progettano, nulla è dato a priori, la incontrano facendo, l’arte è ascolto. “Ci piace paragonare l’opera a una deriva, è quell’avanzare e arretrare, movimenti minimi, è un’azione di ritorno autonomo. La causa è posteriore all’effetto. Si deve creare un equilibrio dinamico. È quello che noi definiamo un’istantanea mossa”.