di Fabrizia Lanza

Nel 1974 la cimice distrugge quasi tutto il grano coltivato nelle campagne dell’entroterra siciliano. Il “flagello di Dio” colpisce duro sull’economia dei piccoli borghi agricoli dell’entroterra siciliano. Valledolmo, allora 5000 anime, è a pezzi. Vincenzo Pisa e Calogero Andolina, rispettivamente 86 e 78 anni, comunisti della prima ora, decidono che è ora di voltare pagina e di passare alla coltivazione del pomodoro. Fondano una cooperativa che chiamano Rinascita. Parte la corsa al pomodoro, Valledolmo diventa un centro di stoccaggio, i soci iscritti alla cooperativa sono 120 e i produttori di pomodoro nel giro di pochi anni sono oltre 300, la produzione arriva a circa trentamila quintali all’anno.

Tutto questo coincide con gli anni d’oro dell’industria alimentare siciliana la quale grazie al miracoloso intervento dell’Ente per la promozione industriale siciliana costituita nel 1967, prospera soprattutto nel palermitano ed è in gran parte legata alla trasformazione del pomodoro che viene esportato in tutto il mondo. Enormi camion di pomodoro fresco partono da Valledolmo e sulle nostre strade malferme arrivano all’industria Clemente in via Massina Marine, da Contorno a Brancaccio e da Raspante vicino a via Perez.

Il problema è il solito: i soci della cooperativa non riescono a fare massa, bisticciano tra di loro, fanno i furbi, e questo favorisce il ribasso imposto dal commerciante per cui i braccianti di Valledolmo non riescono a spuntarla sul costo del lavoro e della materia prima. Nel frattempo, nell’arco di un decennio, vengono meno i finanziamenti dell’EPIS, e l’industria conserviera del palermitano a poco a poco si spegne.

“Perché? Inizia l’importazione dei semi lavorati, o forse già arrivano i cinesi?”, mi dice sorridendo Vincenzo, nipote del Vincenzo Pisa fondatore, che oggi fa il manager, il direttore di produzione, il ricercatore appassionato e il deus ex machina della attuale rinata Rinascita che dopo infiniti alti e bassi e mille peripezie ha capito che l’unica via d’uscita era quella di passare dalla produzione di prodotto fresco alla produzione del prodotto conservato, salsa, estratto, passata. Del resto, mi spiega , con le condizioni nelle quali sono le nostre strade, il fresco non poteva farcela mentre sul trasformato potevamo essere competitivi, vista la qualità delle nostre materie prime.

Nel 2003 finalmente arriva il decreto per costruire il capannone e l’impianto, e nel 2006 la macchina entra in funzione con a capo Tommaso Alessi. attuale presidente: l’obiettivo è produrre un milione di bottiglie di passata con il pomodoro seccagno di Valledolmo, che nel frattempo era diventato presidio Slow Food. La strada è tutta in salita: “Che ne sapevamo noi di tecnologia alimentare?”, mi racconta Vincenzo che con pazienza si è messo a studiare i manuali e i libretti di istruzione. Ma non basta saper far funzionare l’impianto. Anche la ricerca della varietà giusta di pomodoro non è banale. Il clima è cambiato, mi spiega Vincenzo, hai voglia parlare di sementi e varietà antiche, il pizzutello che si usava una volta e che raccolto a grappoli pendeva dalle nostre porte perché durasse gran parte dell’inverno, non regge le nuove piogge tropicali che dilavano il nostro terreno. “Oggi dobbiamo sperimentare sino a quando non troviamo la varietà che non marcisca alle prime piogge, che si raccolga facilmente e che produca in abbondanza”.

Vincenzo si è rivolto alla SSICA (Stazione sperimentale industria e conserve alimentari) di Parma e ha individuato una varietà chiamata frassino della United Genetics Italia , un discendente del pizzutello che reagisce bene alle nuove condizioni climatiche. Naturalmente non è lui a produrre le piantine come si faceva una volta quando si conservava il seme dell’anno precedente.

Le piantine oggi vengono commissionate al vivaio e piantate in aprile. Dopo di che senza una goccia d’acqua e nessun trattamento si aspetta e si spera. Nasce cosi il “siccagno” che non è una varietà bensì un metodo di coltivazione che funziona solo nelle colline montagnose di Valledolmo e Villalba, dove la particolare natura argillosa del terreno consente alle piantine di trattenere la rugiada notturna e quindi di sopravvivere alla calura estiva.

Sin qui tutto bene, ma la sfida vera per Vincenzo è stata quella di riuscire a tenere testa alla grande distribuzione! Dove, ad esempio, è possibile trovare una passata a 39 centesimi alla bottiglia mentre quella della cooperativa Rinascita costa 1,80 (tre quarti di litro) oppure 1,20 (mezzo). Com’è possibile? Come spiegare questa enorme differenza di prezzo? Come dire in due parole dell’importazione di pomodoro cinese, del gioco sporco della doppia asta al ribasso che va tutto a discapito della materia prima? Per fortuna ancora qualcuno capisce la differenza e premia la qualità.