A Filicudi d’inverno restano solo centocinquanta abitanti e un pugno di stranieri conquistati dalla bellezza del mare e dalla pace assoluta dei luoghi. Trascorrere qui le festività della fine dell’anno è un’esperienza unica. Tra i profumi della macchia mediterranea e qualche assaggio di dolci veramente speciali

di Antonio Schembri

Gli habitué la chiamano “paradisola”. Ma Filicudi, la quinta in ordine di grandezza tra le sette sorelle dell’arcipelago eoliano, non può essere definita banalmente come una località amena. Perché non è un luogo facile. E proprio per questo puoi adorarla oppure detestarla. Tanto più a Natale, quando sull’isola restano i 150 abitanti stabili, e quelli che lo sono diventati d’adozione, innamorati del silenzio, dei profumi, dei tramonti. Gente che durante le feste, mentre le città sono attanagliate nella morsa del traffico, percorse dalla frenesia degli acquisti, immerse nel dolceamaro dei pranzi di famiglia, nei party di Capodanno, si ritrova qui, a brindare a contatto con la natura. Un fascino, quello di Filicudi, che negli anni ’70 del secolo scorso attirò molti hippies in cerca di libertà e esperienze extrasensoriali e che oggi strega gli appassionati della subacquea e i camminatori.

“Trascorrere alcuni giorni a Filicudi, soprattutto durante le ferie natalizie, è una scelta alternativa ma ideale per depurarsi da ogni genere di stress – dice Nino Terrano, titolare di un diving nel borgo di Pecorini e  primo promotore della valorizzazione di questo sito, oggi tutelato dalla Soprintendenza del Mare – per me, originario di Stromboli e vissuto in giovinezza sulla terraferma siciliana, il richiamo delle Eolie è sempre stato irresistibile al punto che 32 anni fa sono approdato a Filicudi e non me ne sono più staccato”.

Già, perché i fondali sono un altro mondo da scoprire. Qui si articolano magnifici habitat di flora e fauna e giacciono testimonianze storiche che abbracciano millenni. Come quelle comprese nell’itinerario sottomarino sulla secca di Capo Graziano, dove “tra i 30 e i 70 metri di profondità i subacquei più esperti possono osservare i resti di undici relitti, di cui nove tra greci e romani, uno spagnolo del Cinquecento, nonché di una nave posacavi affondata nel 1919: un vero e proprio museo nel blu, con una gran quantità di oggetti, tra anfore, ceppi d’ancora e cannoncini”, dice Terrano. 

Altrettanto interessanti i trekking, alcuni dei quali raccontano la storia dell’isola. “Chi ama camminare non può rinunciare al villaggio fantasma di Zucco Grande, un tempo abitato dai Greci e dal secolo scorso totalmente disabitato dopo la massiccia emigrazione degli isolani verso Australia e Stati Uniti”, illustra Giusy Murabito, guida ambientale responsabile del gruppo Walking Eolie & Sicily. Ne conta diversi l’isola di personaggi che hanno realizzato i loro sogni scegliendo di venire a vivere su questo avamposto spettrale e romantico.

Alcuni di questi hanno addirittura trasformato una o più grotte in dimore confortevoli. Come Gisbert Lippelt, settantacinquenne ex ufficiale tedesco di navi da crociera che dal 1978 vive, da solo e felice, dentro una spelonca tra le rocce di Serro Rando, senza acqua corrente e luce, ma con lo spettacolo offertogli dalle esplosioni continue dello Stromboli che si staglia davanti all’ingresso di casa. O come Marina Clemente, scultrice e pittrice napoletana, che abita in un sistema di grotte comunicanti lungo la strada diretta al villaggio abbandonato di Zucco Grande, trasformate in suggestiva dimora-atelier. È qui che trasforma il senso della natura allo stato puro in forma di quadri e oggetti d’arredo realizzati con materiali offerti dall’isola, dalla pietra lavica alle conchiglie.

Altra filicudara d’adozione è Belquis Zahir, architetto d’interni e specialista in ristrutturazioni, col titolo di principessa. Appartiene infatti alla famiglia dell’ultimo sovrano dell’Afghanistan, re Mohammed Zahir Shah costretto all’esilio (a Roma) nel 1973, prima che il paese sprofondasse nella tragedia:  “Venivo qui in vacanza con amici ma è proprio l’avere scoperto questo microcosmo fuori stagione che mi ha convinto a stabilirmici definitivamente. In inverno Filicudi moltiplica il suo fascino, i colori sono diversi e nelle giornate soleggiate è possibile fare il bagno anche a fine dicembre. Inoltre è molto più facile condividere il senso di unità della gente che ci rimane”. Purtroppo in numero sempre più ridotto visto che i più giovani vanno a scuola o a Lipari o sulla terraferma, a Milazzo o Messina, e le mamme li seguono.  Sull’isola restano solo diciassette bambini a frequentare la scuola elementare, metà dei quali sono figli di immigrati marocchini e rumeni.

Una situazione non certo promettente per la futura demografia dell’isola, legata all’alea dei collegamenti marittimi, il cui funzionamento è condizionato, e a volte annullato, se Eolo soffia forte da tramontana o da ponente.   In questi casi le difficoltà del vivere a Filicudi diventano acute. “Vivere stabilmente in questa dimensione vuol dire accettarne consuetudini e disagi, che si riescono a superare con l’umiltà di volersi integrare con gli isolani e solo se si è autentici amanti della natura, che qui ripaga della mancanza di teatri e cinema con spettacoli emozionanti e sapori genuini”, spiega Daniela Tagliasacchi, comasca ma ormai eoliana adottiva e fiduciaria della condotta Isole Slow siciliane dell’associazione internazionale Slow Food.

Il cibo, appunto. “Filicudi compendia tutte le tradizioni culinarie dell’arcipelago” – dice Alice Gignina, filicudara doc e gastronoma appassionata -. “A Natale ci si riunisce soprattutto nel ritrovo di Villa La Rosa, oppure, a turno, nelle case degli amici, su lunghe tavolate imbandite, anche nelle terrazze se il tempo è buono”. Piatti salati di riferimento a Natale – continua – “sono la pasta al forno, l’agnello con gli aromi, il falsomagro di vitello, le tipiche insalate eoliane con capperi e pomodoro, passando per le frittelline di alghe e i funghi di ferla”. Il pesce non manca, soprattutto i calamari in inverno che qualcuno sull’isola pesca se il tempo lo consente.

Ma a Natale le massaie dell’isola lavorano in particolare sui dolci. “Specialità basilari sono i biscotti, specialmente gli “spicchitedda” con vino cotto, mandorle e cannella. E le cosiddette “cose duci i casa”, dolci simili a savoiardi. Non mancano le “nacatole”, impasto di farina strutto, uova e zucchero ad avvolgere un ripieno mandorle, succo di mandarino e cannella, la cui particolarità è rappresentata dalla sua forma: come un tortello il cui involucro viene decorato con l’uso di pinzette fino a realizzare veri e propri ricami”.

Come quelli sul suolo di Filicudi, disegnati dai lunghi filari di fichi d’India e dalla variegata congerie di piante mediterranee: dal cisto all’erica, dal terebinto alla palma nana, passando per ciuffi di euforbia, lentisco, il mirto. E ancora i corbezzoli, che qui superano i quattro metri di altezza, gli immancabili capperi e le orchidee selvatiche. Un abbraccio inebriante di profumi, sapori e colori. Dentro quello più grande di cielo e mare.