l mio Natale è il profumo del decotto di carruba messo a cuocere nelle case per preparare i mostaccioli, ma è anche il profumo di incenso della chiesa del mio quartiere, dove andavo a servire messa ogni mattina nelle settimane dell’Avvento

di Pino Cuttaia

Il mio Natale è il profumo del decotto di carruba messo a cuocere nelle case per preparare i mostaccioli, ma è anche il profumo di incenso della chiesa del mio quartiere, dove andavo a servire messa ogni mattina nelle settimane dell’Avvento, alzandomi alle sei e mezza, prima di andare a scuola, insieme con un altro ragazzo. Il prete voleva i giovani, in mezzo a un mare di anziani, e la mia amata nonna con cui vivevo, religiosissima, mi aveva arruolato come chierichetto.

Compensavo il sacrificio con l’orgoglio del ruolo: portare il calice in sagrestia, versare il vino, indossare la tunica bianca. Ma Natale era anche la tradizione della figuredda – la statuetta della Madonna con il bambino – messa fuori dalla porta dalle famiglie che avevano una particolare ragione di ringraziamento, da una guarigione a una nascita, e da cui passava lo zampognaro. Si decoravano con gli agrumi, queste Madonne, con la buccia dell’arancia tagliata a spirale, fatta seccare e appesa a un filo.

L’arancia era un ingrediente fondamentale per aromatizzare il decotto di carruba, insieme al vino cotto, la parte più pregiata della struttura, prima di una spruzzata di pepe che dava la particolarità del gusto speziato. Ho nostalgia di quel Natale povero, ma pieno di senso e di rito. Quel Natale senza albero e senza regali – i regali erano arrivati prima, nel giorno dei Morti – se non qualche soldino da parte degli zii e i vestiti nuovi: il cappotto, i pantaloni, il maglione che non vedevo l’ora di indossare a messa.

Sì, ho nostalgia di quei giorni preceduti dalle Novene, dai rosari recitati in casa, adesso che si è perso il giorno della festa perché è festa tutti i giorni, sempre si esce, si compra, si spendono soldi. Soldi che ho imparato presto ad amministrare, visto che tutte le settimane mia nonna mi dava la paghetta di mille lire. Io le spendevo così: 50 lire era l’offerta per la chiesa, perché quando passava il cestino volevo fare il gesto; con 100 lire compravo dieci arancinette che mangiavo alla villa, ogni giorno, all’uscita della messa; altre 100 lire le spendevo ogni domenica in pasticceria, dove compravo una guantiera di due dolci, una per me e una per mia nonna.

Restavano 750 lire, con cui compravo il biglietto da 300 lire per il cinema e per la pizzetta o l’arancina del pomeriggio. E mi ricordo che mi mancavano sempre 50 lire per completare quella merenda: se prendevo la pizzetta, che costava meno, potevo permettermi una bibita, con l’arancina dovevo accontentarmi dell’acqua minerale. Poi la domenica c’erano le partite di calcio del Licata, ma noi bambini e ragazzi ci mettevamo davanti alla biglietteria, aspettavamo un anziano ed entravamo con lui per poi perderlo di vista subito dopo.

Ecco, questa gestione del denaro, con la necessità di dargli un valore, di amministrarlo in maniera oculata, è stata fondamentale per la mia vita. Questo rispetto, vorrei dire pudore, che faceva sì che nei giorni di Natale – quando si giocava a carte in famiglia – gli adulti sostituissero le dieci o le venti lire con una fava secca, con un cece, per non mostrare i soldi ai bambini, per non abituarli, rimandando a dopo i conti del dare e dell’avere. Me le ricordo bene quelle partite in cui vedevo mia nonna giocare e ritornare bambina con le cognate, partite con poche lire e tanto agonismo, che mi vedevano sempre tifare con mia nonna. Ma anche io giocavo, con lei, con mia zia, era un bel modo di stare insieme. E la ferrea gestione del denaro settimanale si arricchiva dei regali in denaro degli zii, che potevano portarti ad avere in tasca una banconota da 5000, anche da 10 mila lire, un piccolo tesoro.

La notte di Natale per me era lunga e noiosa. La cena era povera – sfincione, pizza, baccalà fritto – e poi c’era la lunga attesa in casa per aspettare l’inizio della messa, alle undici di sera. Stavamo in casa da soli, perché le famiglie non si riunivano la sera. Il giorno della festa, anche a tavola, era invece il pranzo del 25, con la pasta al forno e il pollo ripieno, oppure per i bambini la cotoletta, e anche quel privilegio di avere qualcosa di diverso dagli adulti era una cosa straordinaria. Antipasti no, gli antipasti nella tradizione siciliana non ci sono mai stati, ci si sedeva a tavola e c’era subito il primo. Io e mia nonna andavamo a mangiare da sua sorella, o veniva lei da noi, con la sua famiglia. Adesso che di tutto quel mondo è rimasto poco, adesso che per me da anni Natale è essenzialmente lavoro, celebro quei ricordi proponendo al ristorante sempre un piatto a base di brodo. È il mio omaggio al pollo ripieno di Natale, del mio Natale povero e bellissimo.