Una volta una bambina mi ha chiesto come mai gli alberi abbiano una gamba sola. È stato facile rispondere che così è perché questa basta a tenerli in equilibrio

di Giuseppe Barbera

Una volta una bambina mi ha chiesto come mai gli alberi abbiano una gamba sola. È stato facile rispondere che così è perché questa basta a tenerli in equilibrio. Che farsene di due, visto che non possono spostarsi o, se proprio vogliono farlo, ricorrono al vento rendendo leggeri e quasi volanti i semi o li nascondono all’interno di frutti colorati e gustosi, preda succulenta degli uccelli? In campagna e nei boschi, almeno lì dove l’uomo non ha ridotto la biodiversità a poche piante tutte eguali, affollate in sistemi artificiali e perciò fragili, di alberi che cadono se ne vedono pochi, se non quando si incorre in situazioni metereologiche eccezionali come di recente è accaduto.

L’agricoltore li sostituisce quando iniziano a dar meno frutti, il forestale li taglia, se ormai maturi, per farne legno o carbone e dare spazio ai giovani alberelli cresciuti sicuri all’ombra dei più vecchi. La cura dell’uomo – la coltivazione – si unisce alla sanità dell’ambiente per assicurare agli alberi lunga vita e sicuro equilibrio in accordo con le esigenze di chi li ha piantati. In città, soprattutto lungo le alberate e nei giardini malconci, questo non succede. Gli alberi (spesso scarti di vivaio acquistati a caro prezzo) sono piantati in terreni superficiali e scadenti, le radici sono tagliate dai continui lavori stradali, le potature sono eseguite barbaramente, spesso limitandole a feroci capitozzature che aprono ferite non rimarginabili. Le polveri si depositano sulle foglie impedendo fotosintesi e respirazione, i gas avvelenano l’aria e le radici marciscono assediate dall’asfalto.

Diceva Pirandello degli alberi in città “che il breve cerchio che il lastrico della via lascia attorno al tronco è tutta la loro campagna”. Troppo poco per esseri ai quali affidiamo parte non piccola del benessere urbano per lo schermo dell’ombra, il raffrescamento dell’aria, il carbonio che conservano nel legno sottraendolo all’effetto serra, i colori, i profumi e i ritmi stagionali. Ammalati, non curati e precocemente invecchiati (si stima che la vita media di un albero in città sia dieci volte inferiore a quella di un esemplare della stessa specie che vive in campagna) crescono storti, tanto che sembra vogliano andar via e si ammalano nascondendo all’interno del tronco marciumi che ne disfanno il legno e, quando il vento soffia impetuoso, crollano al suolo.

Non è difficile riconoscere gli alberi male invecchiati o quelli che hanno raggiunto un’età limite: l’architettura equilibrata, non rovinata da potature ignoranti, rispetta il ritmo di crescita e di apparizione di giovani germogli, fiori e frutti quando avvicina la forma alla naturale armonia vegetale. Un esempio è sotto gli occhi di tutti: il grande platano di Palermo davanti all’Ucciardone ha avuto lo spazio necessario per crescere regolarmente, quelli dei viali alberati mostrano invece i segni della ricerca di forme artificiali e, spesso, dell’inesperienza dei giardinieri e dell’inquinamento che li fa ammalare.

Gran parte delle alberate delle città – per la storia urbanistica che ricorda un’età ormai secolare – andrebbero ringiovanite. Servirebbero progetti di graduale rinnovamento con alberi ben formati e ben impiantati da tecnici preparati e cittadini, consapevoli che anche per troppo amore si può far male.