Con l’autunno, puntualmente, si torna a parlare in modo scandalistico dell’olio di oliva tunisino, la cui presenza ridurrebbe il valore dell’olio siciliano

di Paolo Inglese

Con l’autunno, puntualmente, si torna a parlare in modo scandalistico dell’olio di oliva tunisino, la cui presenza ridurrebbe il valore dell’olio siciliano.  Proviamo a fare due conti: si parla di 1500 tonnellate di olio di oliva arrivate al porto di Palermo. Si traducono in circa 2500 ettari di oliveti siciliani, meno del due per cento della superficie investita a olivo in Sicilia. Può raddoppiare, triplicare, ma forse il nodo della crisi non sta in questi numeri, ma in altri fatti.

L’Italia produce ormai molto meno della metà dell’olio che serve per il fabbisogno interno che è dato dall’insieme del consumo interno e del prodotto imbottigliato per l’esportazione. È, sostanzialmente, un Paese fortemente deficitario in olio di oliva, pieno di oliveti obsoleti, realizzati nelle colline, quando le pianure, in Sicilia, venivano assegnate alle colture più redditizie. Incapace di progettare e realizzare un piano olivicolo nazionale, tesa a una protezione fatta di una rete di DOP e IGP in molti casi poco significative, l’Italia arretra. Non basta l’eccellenza, troppo declamata, per conquistare i mercati. Occorre la quantità.

Il mondo dell’olio è un mondo complesso e antico e agricoltura e industria vanno rafforzate insieme, senza che si costruiscano barriere tra olivicoltori e industriali. Se il costo di produzione è in certe aree dell’Italia superiore ai 9 euro al litro e in Sicilia viaggia intorno ai 6 euro al litro, questo è, in larga misura, dovuto al fatto che gli oliveti, ormai, non reggono il passo del costo del lavoro e sono progettati e realizzati per un sistema sociale ed economico che non è quello di oggi.

Oli eccellenti possono pagarsi a questi prezzi, ma non tutti possono e l’industria non può offrire solo prezzi così alti. Si è fatto un lavoro, enorme, di trasparenza nelle etichette, a vantaggio dell’olio italiano. Questo è importante, ma non basta. L’olio non può diventare solo un lusso. Il biologico, poi, in annate piovose come questa, è molto difficile da realizzare. Ancora una volta occorre dire che serve un piano olivicolo nazionale o, in Sicilia, un piano regionale di investimenti, capaci di traghettare l’olivicoltura nel futuro.

La IGP Sicilia è stata ed è importante, ma serve un passo avanti deciso verso l’innovazione, non è più il tempo di esitare e di aspettare. La colpa non è della Tunisia o della Spagna, è nostra. Salvare molti degli oliveti esistenti è difficile, rilanciare l’olivicoltura è un dovere.