Via quattro aprile a Palermo: in una bottega d’altri tempi nascono ancora piccoli gioielli di cartapesta creati con le tecniche antiche. Un gioco per i più piccoli. Una magia per i più grandi

testi Alessia Franco
foto Igor Petyx

Le porte del laboratorio di via Quattro Aprile, a Palermo, hanno il colore azzurro stinto delle giornate fredde d’inverno: un colore che può diventare qualsiasi cosa, che può assumere qualsiasi forma. Come la cartapesta che si lavora là dentro, nel piccolo regno di Marina Mancuso. A prendere forma sono cavalli e cavallucci di ogni dimensione, perfino a misura di bambino, che quei piccoli destrieri – fragili solo in apparenza, come la loro artigiana – può cavalcare. E poi ci sono gli scecchi, gli asini, decorati con coloratissime pitture naif: loro volano, ormai in molte case, perfino sugli alberi di Natale, insieme a ninnoli e a palline colorate.

Marina – una miniatura: i capelli corti e rossi, gli occhi verdi da folletto, le mani affusolate che gesticolano decise, e rivelano di che tempra è fatta – ha iniziato negli anni Novanta a costruire questa scuderia di cartapesta, insieme a Nunzio La Venuta, suo marito. Un amore, il loro, appena accennato nei racconti, ma sempre presente, sempre partecipe alle attività del laboratorio. Anche ora che Nunzio è morto, ma continua a vivere nelle mani operose di Marina, e dentro quel luogo dalle porte azzurro stinto che una volta era la sua casa. Faceva lo scenotecnico, costruiva le scenografie: un artigiano dello spettacolo. E quel posto del centro storico era anche un punto di ritrovo in cui si riunivano attori, musicisti, artigiani; da cui sono passate scenografie e fiancate di carretti siciliani, per essere decorate.

L’incontro di Marina e Nunzio con il mondo della cartapesta avviene per caso: “Eravamo ancora fidanzati, abbiamo incontrato dei ragazzi che discendevano dalle famiglie che ancora facevano i cavallucci artigianali. Loro stavano abbandonando quel mondo (chi per fare l’impiegato, chi per andare a lavorare fuori dalla Sicilia), ma prima ci insegnarono le tecniche, ci diedero la chiave per entrarvi”. Quello della cartapesta era un mercato molto fiorente, a Palermo, soprattutto nel dopoguerra. Prima di partire per mondi lontani, gli emigranti portavano con sé un pezzo della loro terra: stava tutto lì, in quel piccolo carretto siciliano trainato da cavalli in cartapesta.

“Era un’attività che impegnava intere famiglie – dice Marina Mancuso – ciascuno aveva un proprio ruolo: alle donne era affidata la lavorazione della cartapesta, con tanto di forme e presse adatte, mentre gli uomini tagliavano il legno: una variante al carretto era il cavalluccio su dondolo, che veniva regalato ai bambini per la festa dei morti, spesso insieme al pulcinella che batteva i piatti”. Ricordi di un tempo che fu, e di regali poveri. A Nunzio e Marina viene l’idea di decorarli: ecco che i cavalli iniziano a prendere vita, ecco che il loro manto diventa colorato, pezzato. Viene voglia farne un gioco che i bambini possano veramente cavalcare. Così inizia anche quest’altra avventura, i bimbi montano felici su quei destrieri dagli occhi grandi e sognanti, uno diverso dall’altro.

“Presto – racconta l’artigiana – non diventò solo un regalo per i bambini. I nostri cavalli a dondolo finivano nelle case di professionisti, di artisti. Un buon numero abita ancora negli studi, sono stati doni per chi compiva anni importanti, come i trenta o i quaranta”. Una volta si presentò in laboratorio una signora per cui erano stati realizzati dei destrieri da giostra, con le zampette alzate, quasi a spiccare il volo: voleva un albero di Natale speciale. “Pensammo allo scecco con le ali – ricorda Marina – e per di più colorato di rosso. L’asino ha sempre fatto parte della cultura popolare siciliana, il rosso porta fortuna, è il colore dell’allegria, dell’ottimismo. E poi, prendendo alla lettera la metafora, l’asino che vola è anche la realizzazione di un sogno, per quanto impossibile possa essere”.

Nel 2015, Nunzio La Venuta muore. “Ogni mese da allora penso di chiudere – confessa Marina Mancuso – e certe volte ci sono andata molto vicina. Però di recente, quando stavo per passare alle vie di fatto, è stata la gente a riportarmi ai miei cavallucci, agli scecchi che volano, da appendere a casa o sugli alberi di Natale. Incontravano i miei figli, non si sono nemmeno scoraggiati davanti alle porte chiuse del laboratorio, che dalla morte di mio marito ha cessato di essere sempre aperto: mi hanno perfino lasciato le ordinazioni sotto la porta. E allora ho continuato. Chi trova il laboratorio chiuso, ora lo sa: basta lasciare un bigliettino sotto la porta. Io continuo, per me e per Nunzio: lo ritrovo qua, a lavorare con me i nostri scecchi con le ali”.