È cominciata dal mare di Omero la navigazione “al di qua e al di là dei fari” compiuta, a tentoni, naturalmente, nella mia biblioteca domestica. Il mare di Omero, lo stesso di Apollonio e di Virgilio, era tenebroso. Come poteva essere altrimenti?

di Mario Genco

È cominciata dal mare di Omero la navigazione “al di qua e al di là dei fari” compiuta, a tentoni, naturalmente, nella mia biblioteca domestica. Il mare di Omero, lo stesso di Apollonio e di Virgilio, era tenebroso. Come poteva essere altrimenti? Era il primo che gli uomini avessero navigato lasciandone memoria.

Miti, ma dobbiamo accontentarci. I miti servivano come “fissatori” dell’esperienza. Ulisse va e viene su quel mare innominato, approda e salpa da terre a cui la posterità ha assegnato troppi nomi perché almeno uno di essi sia verosimile: e solo una volta su una terra scorge dei fuochi. Anzi, non i fuochi: i loro guardiani. è giorno, i fuochi forse sono disattivati, diciamo così, perché altrimenti Ulisse ne vedrebbe il fumo. Quella terra è, nientemeno, Itaca: apparsa, vicina, al decimo giorno di tranquilla navigazione con il vento regalato da Eolo. E appena la vede, Ulisse che fa? Ulisse si addormenta. Solita burrasca, l’isola s’allontana e sparisce.

Alcuni millenni dopo, Roberto Bazlen – spirito guida della cultura e dell’editoria italiane dal dopoguerra fino agli anni ‘60, (fu uno dei fondatori della Adelphi) attribuirà quel sonno ad un tiro mancino dell’inconscio «che lo vuole di nuovo spingere lontano». Inconscio o sfortuna, fatto è che i fuochi e i loro guardiani non furono di nessun aiuto e rimasero episodio unico nell’intero poema: né prima né dopo l’Omero dell’Odissea segnala mai la terra con un fuoco. L’aveva fatto una volta nell’Iliade, dove il mare è “più antico”, con uno dei suoi famosi paragoni stavolta giocato sullo scudo di Achille, e l’effetto era risultato straziante: «Lo scudo sprigionava un bagliore lunare. Come quando ai marinai appare il bagliore di un fuoco che arde in alto… intanto, loro malgrado, la tempesta li trascina lontani dalle persone care, sul mare ricco di pesci».

Ed ecco che dall’Iliade ci viene fornita una verosimile chiave d’interpretazione anche per gli enigmatici guardiani del fuoco visti su Itaca: altro che aiuto, quel fuoco non era acceso per loro, poveri naviganti. Non si usava, almeno nella fantasia dei poeti: «Ma dalla vedetta lo scorse il guardiano che aveva posto il perfido Egisto. Per un anno rimase a vegliare costui». Così Menelao racconta a Telemaco il ritorno a casa di suo fratello Agamennone: sulle mura di Micene non c’è un fuoco a segnalare l’approdo alle navi del re; ci sono invece, da un anno, due occhi nemici per dare l’allarme appena la flotta sia in vista. Lo stesso episodio viene raccontato da Eschilo nelle prime scene dell’Agamennone: le differenze fra le due versioni sono significative. Eschilo vive e opera all’inizio dell’Età classica, il mare è navigato con la regolarità consentita dai tempi (e dal tempo), le rotte mediterranee si sono infittite: e benché la navigazione sia soprattutto di cabotaggio diurno da un porto all’altro, devono essersi infittiti anche i segnali che identifichino le coste e i loro pericoli.

Il Coro chiede a Clitemnestra come mai e da chi abbia saputo della caduta di Troia. «Grazie al fuoco messaggero», risponde Clitemnestra, che spiega dettagliatamente ai suoi sospettosi interlocutori come aveva organizzato  un completo sistema di avvistamento ottico dal monte Ida, nella Troade, fino ad Argo, dove per un anno intero era rimasta di guardia la solita vedetta. Ora, se la vedetta aveva vigilato per un anno «in attesa del segnale di una fiaccola», non sembra azzardato affermare che nessun’altro fuoco fosse abituale sulle coste, altrimenti il sistema non avrebbe potuto funzionare.

Così, mentre conferma Omero, Eschilo dà anche una mappa molto dettagliata di tutti i fuochi fissi costieri – almeno una mezza dozzina – esistenti nella sua epoca (a cavallo fra il VI e il V secolo a.C.), lungo le ormai frequentatissime rotte dell’Egeo. Ci sarebbero voluti ancora almeno due secoli dopo Eschilo, perché nella classifica delle “meraviglie del mondo” prendessero posto trionfalmente i fari. Ben due “meraviglie” sulle sette canoniche: il faro di Alessandria e quello di Rodi.

L’età era Classica: il maleficio della notte non era svanito. «La forza, il vortice dell’uragano/ di Euro, e la notte e le onde/ quando si fa buio al tramonto di Orion,/ mi uccisero: scivolai dalla vita,/ io, Callaiscro, navigando nel mare/ di Libia. Sono scomparso nel gorgo/ delle acque, preda ai pesci./ Questa pietra non mi ricopre, inganna». è un epigramma dell’Antologia Palatina, lo scrisse Leonida da Taranto nel III secolo a.C. e il suo era un mare “contemporaneo”. Quel pauroso potere della notte è arrivato, attraverso le pagine dei circa duemila libri più disparati, intatto fino ad oggi.