Sarà il caso di far sapere ai nostalgici delle canne (le sigarette di marijuana) che la coltivazione della cannabis è ufficialmente tornata in auge? Deprivata di THC però, ossia di quella sostanza psicotropa che provocava lo sballo

di Fabrizia Lanza

Sarà il caso di far sapere ai nostalgici delle canne (le sigarette di marijuana) che la coltivazione della cannabis è ufficialmente tornata in auge? Deprivata di THC però, ossia di quella sostanza psicotropa che provocava lo sballo.

Dopo ottant’anni di silenzio la cannabis si coltiva nuovamente in Italia con tutti i crismi dell’ufficialità perché, come mi spiega Giovanni Gioia, giovane entusiasta imprenditore agricolo che nell’azienda di famiglia oltre alla cannabis coltiva grano e produce miele, “la canapa è come il maiale, non si butta via nulla: dallo stelo si ricava fibra, cellulosa e materiale per la bioedilizia, dal seme che è ricchissimo di omega 3 e omega 6 si ottiene sia olio che farina mentre dal fiore che, ridotto nei suoi contenuti di THC fino a un massimo dello 0,2 per cento, si possono estrarre gli olii essenziali”. Quindi, continua Giovanni, “la canapa è forse la soluzione più plausibile per continuare a fare gli agricoltori nelle nostre terre dove il grano, che è da secoli il tema alimentare e commerciale predominante, non è più sostenibile se venduto a soli 18 centesimi al chilo”.

La canapa potrebbe diventare una soluzione interessante, anche se al momento è solo un esperimento pieno di promesse, dice Giovanni, un esperimento che lui sta perseguendo da circa tre anni e che richiede investimenti, tempo e ricerca perché la strada per avere i semi certificati, ossia quelli legali che non contengano più del 0,2 per cento di sostanza psicotropa, è lunga e tortuosa.

In Italia le varietà di canapa autorizzate sono pochissime e non sempre adatte allo scopo prefissato, per cui la maggior parte dei semi arrivano dall’Europa dell’est o dalla Francia, il Paese dove la canapa viene coltivata su oltre quarantamila ettari di superficie. Il punto però è che i semi francesi sono fatti per prosperare in Francia e non in Sicilia dove le condizioni dei suoli e del clima sono ovviamente molto diverse.  Per questo serve ancora molta ricerca e diversi enti, tra cui il CREA e l’Università di Catania, in collaborazione con le aziende del territorio tra cui quella di Giovanni, si stanno muovendo da tempo per trovare nuove soluzioni adatte alla Sicilia. Non è una storia che si risolverà a breve come del resto nessuna storia legata all’agricoltura, dove tre anni sono un battito di ciglia a confronto di quello che avviene nel comparto industriale.

Eppure la canapa è una coltura antica, che ha prosperato in Europa sino all’immediato secondo dopoguerra poi, con l’avvento delle fibre sintetiche e dalle grandi industrie chimiche, la coltivazione della canapa lentamente si è estinta. Eppure, mi spiega Giovanni, è una coltura che ha molto senso in una terra difficile come la nostra perché funziona nel sistema delle rotazioni, richiede pochissime attenzioni, non vuole acqua e con il suo apparato radicale profondo e testardo è capace di  rigenerare terreni molto esausti.

Giovanni sino a ora si è dedicato agli aspetti agronomici: la ricerca del seme giusto, la coltivazione più appropriata, i macchinari adatti per la raccolta e lo stoccaggio ma l’intenzione è di chiudere la filiera a partire dal seme ossia di estrarre in proprio l’olio dai semi e, con un secondo passaggio, la farina. I vantaggi? L’olio che si estrae a freddo dai semi ha un contenuto sbalorditivo di acidi grassi polinsaturi, i famosi “grassi buoni” che aiutano il nostro colesterolo mentre la farina che si ricava macinando ciò che resta dall’estrazione dell’olio, non contiene glutine e ha un ottimo contenuto di proteine quindi è molto funzionale miscelata ad altre farine per fare biscotti o altri impasti.

Gli investimenti da fare sono molti, e i costi altissimi per ora, se un litro di olio di canapa al dettaglio costa dai 40 ai 60 euro al litro. Un’enormità se confrontato con l’olio d’oliva. Anche il sapore non ha nulla a che vedere con l’olio d’oliva, ricorda piuttosto quello della frutta secca, delle mandorle e delle noci tostate. Una novità nel nostro alfabeto organolettico che sarà bene includere nei nostri menu, visto che è, come sostiene Giovanni, un buon modo per diversificare le nostre colture e una possibile strada per un’agricoltura ecosostenibile, amica del nostro territorio e benefica per i nostri suoli.