Claudia Lo Martire, nipote, figlia e moglie di pescatori, guida a Palermo l’associazione marinerie d’Italia e d’Europa”. Il suo obbiettivo: recuperare, cucinare e riutilizzare il piccolo pescato che oggi va perduto

testi Maria Laura Crescimanno
foto Igor Petyx

Sale sulle mani, molte notti fredde e umide in mare, sempre meno pesce in rete, per lo più piccoli scorfani, mustine, cefali, sogliole, triglie, sarde e sgombri. Tutto quello che la legge in vigore e le tabelle ministeriali impongono di rigettare in acqua perché al di sotto delle dimensioni consentite per la vendita, che comunque non incontra il gusto dominante del grande consumo. È il pesce considerato povero, ma squisito che da sempre nelle nostre marinerie le donne di mare cucinano appena pescato in svariati e deliziosi intingoli: sughi, zuppe, polpette e fritture varie di paranza. Un grande privilegio, ben meritato, riservato soltanto alle famiglie dei pescatori. Quel cinque per cento del pescato che le norme prevedono possa comunque andare alla famiglia per il consumo personale.

La vita del pescatore è molto dura, si sa. Quasi tutto l’anno in mare lontani da casa, motivo per cui in Sicilia sono centinaia i giovani che dismettono le licenze di pesca e lasciano perdere il mestiere dei padri. Ma Claudia Lo Martire no, la sua è una storia di chi, controcorrente, punta a cambiare la realtà, innovandola. Come? Studiando, lavorando sodo e provando a realizzare un sogno. Trentaquattro anni, figlia e nipote di pescatori della borgata palermitana di Mondello, ha legato ancora una volta le sue scelte di vita al mare, sposando un pescatore di professione, Francesco Paolo Caruso, e forse anche la sua barca, il “Magellano”, un peschereccio di otto metri, attrezzato per la piccola pesca artigianale con licenza entro le dodici miglia per il pescespada.

Claudia, solo tre materie rimaste per la laurea in Biologia marina, del mondo della pesca siciliana sa moltissime cose. Come il nonno e il padre il mare le scorre nelle vene e di questa vita conosce le gioie e i dolori. Tramonti e albe, profumo di alghe e di libertà, la gioia di prendere la barca e uscire in mare tutti insieme per qualche giornata di pausa. Dall’altro lato, una battaglia quotidiana con la burocrazia e con i controlli di rito, gli alti e bassi della stagione e la scarsità del pescato, e come tutti i genitori, le preoccupazioni legate al futuro dei figli.

Smartphone alla mano che le consente di controllare giorno e notte la posizione della barca del marito grazie ai sistemi satellitari, al lavoro di madre e di moglie sta associando da alcuni anni quello di manager. Dal 2017 è responsabile per la provincia di Palermo dell’associazione “Marinerie d’Italia e d’Europa”. Nel suo programma di attività, c’è già una sagra del pesce fritto utilizzando gli scarti conferiti dei soci, da tenere nei periodi festivi a Porticello, con il consenso del comune di Santa Flavia. Ma il sogno nel cassetto guarda ben più avanti: realizzare un laboratorio mobile di trasformazione del piccolo pesce locale. Il progetto – anticipa – sfrutterebbe la misura del bando Feamp, (il Fondo regionale per la Pesca), che prevede incentivi per i pescatori associati in cooperative finalizzati alla creazione di laboratori per la trasformazione del proprio pescato. Soprattutto quello cosiddetto sottomisura, che comunque non può essere commercializzato.

“Se ci aggiudicheremo il finanziamento, ogni barca avrà a disposizione un furgoncino per poter vendere direttamente il proprio pesce, e la cooperativa potrà disporre di un autofurgone in stile street food che possa cucinare e vendere i prodotti. Con l’associazione di cui faccio parte, “Marinerie d’Italia e d’Europa” vorremmo, se le autorizzazioni arriveranno in tempo, organizzare una manifestazione culinaria nel periodo di Natale con tutti gli ‘scarti’ della pesca”.

Claudia oggi cura le pratiche e segue l’attività dei controlli per quattro marinerie del palermitano, seguendo l’attività di almeno duecento barche. È questo il suo lavoro mattutino, quando i bambini sono a scuola, prima che il marito rientri in porto dopo giornate di pesca. Allora inizia il lavoro al suo fianco per aiutarlo nella commercializzazione, per finire poi con la cucina che – tra pulitura e conservazione del pesce – le prende molte ore. Questa pratica dello spreco delle risorse ittiche, che gli esperti stimano essere oltre il 30 per cento , tuttavia, non riesce a darle pace.

“Nel 2016 – conclude –  arriva in Italia una nuova legge, la Gadda, che cerca di riordinare la materia dello spreco alimentare, individuando nuove soluzioni: il pesce sotto taglia, una volta portato a bordo piuttosto che essere rigettato, potrà essere inscatolato, pesato e portato agli enti di beneficenza. Ma dovranno essere i Comuni o le Regioni a recepirla”.