Sguardo acuto ma troppo mobile sulle cose, quello di Paride, collaboratore di riviste culturali col sogno di un romanzo suo. Cominciato e annullato al secondo rigo per 240 volte in venti anni. Poi…

di Antonio Schembri

Ualogo di traiettorie interrotte. Come quelle di un arciere che al momento di tendere l’arco e prendere la mira, rinuncia a liberare la corda per scagliare la freccia. Anzi cambia proprio mira, distratto da un altro obiettivo. Quel prendere la mira è l’incipit di romanzi e racconti mai scritti da Paride Bruno, personaggio di Ogni Ricordo un Fiore, prima prova narrativa (edita da Feltrinelli) di Luigi Lo Cascio, cinquantunenne attore palermitano tra gli interpreti italiani più espressivi e versatili e da qualche anno anche regista di cinema e teatro.

Sguardo acuto ma troppo mobile sulle cose, quello di Paride, collaboratore di riviste culturali col sogno di un romanzo suo. Cominciato e annullato al secondo rigo per 240 volte in venti anni. Un uomo con tanti frammenti di vita impressi nella memoria, nei quali cerca e coglie significati che non riescono a diventare storie scritte a causa della patologia di cui soffre: l’Incompiutezza Cronica Multifattoriale.

Questa carrellata di cominciamenti abortiti ma rimasti in sospensione Paride la porta con sé dentro uno scartafaccio. Decide di aprirlo, per leggerli, durante le tredici ore di viaggio sull’Intercity che da Palermo, dove è tornato per partecipare a un funerale, lo riporta a Roma, dove vive, tra l’avvicendarsi di fermate alle stazioni e i saliscendi dei passeggeri (alcuni pittoreschi e incivili).

Chi e che cosa rappresenta Paride Bruno?
“È un uomo che porta con sé i desideri, le paure e le ossessioni del nostro tempo, assalito da una quantità enorme di stimoli e tentazioni che lo portano a non scegliere nulla per davvero. Mentre passa in rassegna quegli ‘svolazzi di pagine sparse’ si rende conto di incarnare il diffuso spirito schizoide della contemporaneità: quello per cui, mentre si vive un’esperienza, ci si sente nel contempo accerchiati da tutte le cose che in quello stesso istante si sta credendo di perdere. Alla fine però scopre che quegli stessi frammenti di un solo rigo possono formare una rete narrativa: proprio l’agognato romanzo che non era riuscito a scrivere. Quindi si riconcilia con la sua incompiutezza”.

È capitato anche a te di iniziare a scrivere e mollare la presa?
“Non certo quanto quelle del personaggio di Ogni Ricordo un Fiore, ma alcune decine di volte sì. Anch’io sognavo da tempo di scrivere un romanzo. E ho sentito che il raccogliere ricordi – di persone, situazioni, luoghi che sono mutati o che non esistono più – mi avviava finalmente a realizzarlo”.

Non è la tua prima esperienza letteraria, questa.
“Ho cominciato a scrivere già nei primi anni ’90, quando frequentavo l’Accademia d’Arte drammatica Silvio D’Amico a Roma: inizialmente poesie e brevi prose, poi testi teatrali.  A quel tempo, la scrittura era la risposta a letture di grandi libri per me rivelatisi traumatici, stordenti, esaltanti”.

Quali tematiche ti affascinavano?
“Quelle della Tragedia Greca, anzitutto. Scrissi Verso Tebe e La Caccia, riletture de Le Baccanti di Euripide. Due testi che riguardano rispettivamente i luoghi e i modi della convivenza e delle relazioni umane, e il ribaltamento di ruoli per chi insegue il nemico per annientarlo, mada cacciatore diviene cacciato. Una contraddizione piuttosto comune: perché nel bersaglio che vorremmo colpire spesso ritroviamo qualcosa di nostro”.

Vent’anni dopo, la tua prima scrittura per il cinema.
“Con La Città ideale, che è anche il primo film da me diretto. Anche questo un dramma. Quello di un uomo idealista che di punto in bianco, per alcune sfortunate circostanze, precipita in un diffamante incubo giudiziario per il quale finisce isolato da tutti proprio nella città che reputa il miglior luogo in cui vivere. Ma dove invece abitano persone mostruose soggiogate dalla legge del più forte. È stata una scrittura molto influenzata da Kafka, autore che amo molto”.

Il cinema ha determinato il tuo successo. Come ti ci sei avvicinato?
“In maniera imprevista. Finiti gli studi all’Accademia nel 1992, ad assorbirmi era soltanto il teatro, facevo tournée con Giuseppe Patroni Griffi e ho lavorato anche a Palermo con Roberto Guicciardini al Teatro Biondo. Il cinema invece non mi attirava, non avevo mai fatto un provino. Poi accade che Marco Tullio Giordana mi scritturò per l’interpretazione di Peppino Impastato ne I Cento Passi”.

Come andò?
“A favorire l’incontro fu Luigi Burruano, mio zio. Durante un pranzo a Mondello indicò il mio nome al regista, che a un mese dall’inizio dei ciak era preoccupato di non aver ancora trovato l’attore adatto. Quell’esperienza ha cambiato totalmente la mia vita. Così come l’ha arricchita, come uomo e come cittadino, la conoscenza di Peppino Impastato attraverso i suoi scritti e le testimonianze sulla sua breve vita di attivista politico e giornalista militante. Al cinema devo tutto. Anche perché la notorietà mi ha consentito di aprirmi nuove strade in teatro, come regista e autore”.

Tornando al tuo libro, Paride Bruno sta viaggiando in treno. Cosa è per te il viaggio?
“È la metafora della vita per eccellenza, quella della trasformazione. Ed è soprattutto l’apertura all’inaspettato. Nel nostro tempo, in cui non ci stupiamo quasi più di nulla perché già prima di partire abbiamo visto virtualmente già quasi tutto, esula dalla nozione di spostamento geografico. Cosicché conoscere per esempio una nuova persona può essere un’avventura ben più stimolante del cambiare luogo”.

Ne La Meglio Gioventù, film del 2003, il tuo personaggio riceve dal professore con cui ha appena superato un esame il consiglio di andar via dall’Italia, “Paese bello e inutile”. Lo condividi?
“Vivo con profondo dispiacere la situazione di un Paese che non riconosce il talento e le competenze di molti. Se ci sono capacità e passione allora è giusto mettere in conto lo spostamento, appunto il viaggio. Anche per me è stato così, quando ho lasciato Palermo per mettere base a Roma e diventare attore. La mia città però non l’ho mai persa e il fatto di tornarci seppur per brevi periodi me ne fa apprezzare il fascino meglio di quanto non avessi fatto nei distratti anni giovanili”.

Ovvero quelli dei tuoi primi cimenti. Come hai cominciato?
“Con esibizioni di cabaret. Con i compagni del liceo Garibaldi e altri amici ci incontravamo nel giardinetto di largo degli Abeti di fronte il cinema Fiamma, uno dei tanti luoghi ormai cancellati dalla mappa di Palermo, da dove con chitarre, armoniche e bongos improvvisavamo un ‘juke-box vivente’ all’incrocio tra via Libertà e via Notarbartolo, quando il semaforo era rosso. A queste strampalate esibizioni seguirono altri spettacolini con tanto di colletta in giro per la città. E nei primi anni di università – io ero iscritto a Medicina – con Le Ascelle, gruppo fondato con mio fratello Martino, Aldo Siragusa e Cocò Gulotta, con cui cominciammo a proporre sketch assurdi, dadaisti, vestiti come clown in giro per i teatrini d’Italia e, a Palermo, in locali underground come Il Labirinto, discoteche come l’Alibi Club, il teatro Bradamante e il Convento di Giorgio Li Bassi. Ancora luoghi che hanno cambiato nome o sono scomparsi”.

Quale altro personaggio siciliano ti piacerebbe interpretare?
“Credo Lucio Piccolo, poeta straordinario, cugino di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Un avanguardista della letteratura europea che non si è mai staccato dalla sua villa di Capo d’Orlando, senza mai inseguire il successo. Un grande viaggiatore nello spirito del suo tempo”.

Più teatro o più cinema, prossimamente?
“Sono nel cast de Il Traditore, film di Marco Bellocchio sulla vita di Tommaso Buscetta e sono protagonista de Il Mangiatore di Pietre, film recentemente presentato al Festival di Torino, tratto da un romanzo di Davide Longo. In teatro invece lavorerò in Delitto e Castigo e in Dracula, con riduzione dei testi e regia di Sergio Rubini”.

Che cosa pensi delle fiction televisive?
“Credo molto in quelle di qualità, che non rincorrono l’audience affidandosi a semplificazioni linguistiche e artistiche. Da noi in Italia le fiction hanno un retroterra negli sceneggiati che hanno fatto conoscere diverse grandi opere letterarie attraverso la tv. Io non ne ho girate tante, ma, a parte la stessa La Meglio Gioventù, prodotta in quattro puntate, resto molto legato a Il sogno del maratoneta, miniseriein cui ho impersonato Dorando Pietri, il vincitore squalificato della maratona alle Olimpiadi di Londra del 1908”.