La diatriba che divide tuttora i siciliani in patria, e i partiti a Roma, è vecchia di almeno mille anni

di Augusto Cavadi

Uno storico del XII secolo, Benedetto di Sant’Andrea, nel libro Chronicon riferisce che Roberto il Guiscardo – il condottiero normanno nominato dal papa nel 1059 Duca di Puglia, Calabria e Sicilia – abbia progettato (come, peraltro, due secoli avanti l’imperatore Carlo Magno) un ponte sullo Stretto di Messina.

Dunque la diatriba che divide tuttora i siciliani in patria, e i partiti a Roma, è vecchia di almeno mille anni. Ed è curioso osservare come gli schieramenti a favore e contro non abbiano, nei secoli, stabili caratteristiche ideologiche: guelfi e ghibellini, conservatori e progressisti, destra e sinistra si sono divisi trasversalmente fra entusiastici fautori e fermissimi oppositori del ponte.

Il turista che conosce la Sicilia solo sulla carta geografica propenderà facilmente per la tesi costruzionista: perché non collegarla più direttamente al resto dell’Italia, quasi cancellandone l’insularità, sì da toglierle ogni pretesa (e ogni alibi) di irriducibile diversità? È questa anche l’opinione di numerosi siciliani di cui conosco l’onestà e la distanza abissale dai gruppi di interesse politico-economico-mafioso che aspettano, famelicamente, di gettarsi nell’impresa faraonica. Ma se lo stesso turista si avventura in una perlustrazione delle bellezze naturali e artistiche siciliane, scopre una situazione viaria e ferroviaria allucinante: almeno tre ore in auto per cento chilometri da Palermo ai monti Sicani; quasi il doppio per attraversare l’isola dal Canale di Sicilia alla costa tirrenica.

Né le condizioni del viaggio migliorano se si sceglie il treno: poche corse e, se si escludono una ventina di stazioni principali, le altre giacciono in stato di pietoso abbandono. Ovviamente neppure un impiegato in carne e ossa; edifici fatiscenti, sale d’attesa sporchissime, nessun distributore automatico di biglietti. Per non parlare delle piste ciclabili che, diffuse in tutta Europa, qui appartengono ancora al mondo dei sogni o – quando realizzate in alcune città come Palermo, ignorate dai cittadini – al mondo degli incubi.

Davanti a questo spettacolo scoraggiante il turista riflessivo intuisce perché la maggior parte dei siciliani, pur non essendo per principio contraria al Ponte di Messina, si chiede che senso avrebbe investire miliardi di euro in un’opera d’avanguardia tecnologica senza prima essere riusciti a garantire ai cittadini un minimo di mobilità decente. Chi di noi porta ogni domenica la famiglia al ristorante, per mangiare caviale e aragoste, se negli altri sei giorni non può garantirle neppure un pasto decente?