Mutuato dalla tradizione napoletana o produzione originale degli artigiani siciliani? Tra storia e leggenda una cosa è certa: nell’isola hanno lavorato alla natività grandissimi artisti della ceramica, del legno, dello stucco e della cera. E ci hanno lasciato un grande patrimonio. In miniatura

testi Simonetta Trovato
foto Tullio Puglia

Per i poveracci occupava al massimo il piano in marmo del comò, nelle famiglie nobili poteva esser grande quanto un’intera stanza; poi c’erano i conventi di clausura, ma questa è un’altra storia, dipendeva da quanto ricca fosse la badessa. Insomma, anche per il presepe si trattava di classe sociale: è vero che il pasturaro sbozzava figurine fin dal Seicento, ma si dovranno attendere i re Borboni – approdati a Palermo nel 1799, in fuga dalla Rivoluzione di Napoli, la città dei presepi – perché esca dai nobili saloni e scenda nei catoi, trasformandosi da oggetto d’arte a oggetto di devozione.

Perché per almeno quattro secoli – dal Quattrocento quando principi e baroni iniziarono a collezionare pastori e Natività, gareggiando in ricchezza e manifattura, fino all’Ottocento pieno –  rimane uno (dei tanti) status symbol o divertissement raffinato: nel 1811 Ferdinando IV di Borbone ringrazia un principe siciliano del suo appoggio antirivoluzionario con un preziosissimo presepe napoletano in stoppa e fil di ferro, seta e ricami in oro conservato a Casa Cuseni, residenza taorminese di sir Robert Hawthorn Kitsoa; sei anni dopo, nel 1817, un appassionato dell’arte italiana come Ludovico I di Baviera, in viaggio verso Trapani, acquista duecento personaggi del Matera, che vennero poi donati dal figlio, Massimiliano di Monaco, al Bayerisches National Museum dove sono ancora esposti.

Ma questo affondo tra le pieghe di ceramisti e scultori, ceroplasti e argentieri, non può non tenere conto della diatriba ancora valida: in Sicilia il presepe allunga il naso e copia i napoletani, o è nato, cresciuto e proliferato in maniera autonoma? La verità sta in mezzo. Ogni regione ha la sua tradizione, e la Sicilia non sfugge alla regola: nel Cinquecento, ma soprattutto nel Seicento, non si parla di presepe – vezzo moderno – ma di singoli personaggi che ogni maestranza piega alla tecnica. Sono capolavori: in argento, oro o corallo, se si tratta di artigiani del Trapanese; di ceramica se ci si muove nel cuore dell’Isola, a Caltagirone; in cera se si sta lavorando a Siracusa o a Palermo.

Le famiglie povere allungano lo sguardo verso i saloni nobili, la servitù o i precettori raccontano di presepi meravigliosi con centinaia di personaggi sotto le “scaffalate” che occupano interi saloni: ma nessuno, tra i vicoli, si può permettere il lavoro minuzioso dell’artigiano, nelle case ci si accontenta del Bambinello (spesso di fattura pessima, con i visi paffuti appena sbozzati, la boccuccia aperta, la veste di velo) che il fidanzato regala alla promessa sposa; lo stesso che ogni novizia porta con sé in convento e che spesso viene ereditato di suora in suora immerso in uno sfavillio di fiori di carta e lustrini, racchiuso nelle scarabattole di vetro.

Di presepe scenografico, per il momento non si parla: la giovanissima Madonna inginocchiata, San Giuseppe anziano sullo sfondo, il bambinello nella mangiatoia, i re Magi e i pastori, entrano nelle bisacce dei Gesuiti e, a fine ‘700, si accorciano a “terzine” di 40 centimetri che si ridurranno ancora della metà nell’800 romantico. Ma è il materiale a cambiare, perché da Napoli con i Borboni arrivano terracotta e tela grezza; i personaggi diventano poveri, così come la povera gente cui sono diretti. Ed ecco si dice che Napoli regala il suo presepe alla Sicilia. Che lo riduce ancora, lo affonda nella creta, lo colora alla meno peggio e lo espone sul famoso comò dell’inizio dove lo ritroveranno i Mille e da dove partirà nelle valigie di cartone degli emigranti. Da lì in poi, il presepe entra da protagonista nelle case del popolo.

Questa è la storia, ma è tra i suoi rivoli che si scopre una tradizione straordinaria, al soldo di signori, conventi, confraternite, gli unici che potessero permettersi simili meraviglie. Firmati non da artisti ma da artigiani, anche se la differenza è nata solo con il Romanticismo: il ceroplasta Gaetano Zumbo, lo stuccatore Serpotta, il “mastru pasturaru” Giovanni Matera, il “pintore” Vito D’Anna. Eppure sono loro ad aver lasciato le opere più delicate. Lasciando da parte Serpotta e la sua scuola, gli altri tre hanno prodotto dei presepi bellissimi, ognuno secondo la sua vena e le sue mani.

E a trecento anni esatti dalla morte di Giovanni Matera (avvenuta a Palermo nel 1718, nel convento di Sant’Antonino), viene esposto di nuovo quel capolavoro che è la sua Natività, conservata con altri insiemi straordinari come “La strage degli innocenti”, “La fuga in Egitto”, “Soldati e musici” e “i Mestieri” al Museo Pitrè. Dal 20 dicembre a metà gennaio, “La Natività” – curata dalla direttrice del museo Eliana Calandra e da Maria Reginella, organizzata da Pitrè con la Soprintendenza e la Settimana delle Culture – sarà allestita di nuovo nella cappella del Marvuglia (a distanza di sei anni dall’ultima esposizione) con altri presepi della collezione del Museo: uno splendido, in terracotta, realizzato da Olindo Scuto, figurinaio dei Bongiovanni Vaccaro di Caltagirone, scomparso l’anno scorso; piccoli presepi in creta, che stanno in una mano, di fattura molto povera; bambinelli in cera e pizzi di carretto. Sarà un vero e proprio viaggio nel mondo del presepe “alto” e popolare degli ultimi tre secoli: le sculture del Matera – per attenzione ai particolari, alle espressioni, al dolore – stringono forte la mano al Caravaggio. I due sono vicini anche come vita: anche Matera dovette fuggire dalla natìa Trapani perché accusato di un delitto, e rimase nascosto per due anni in un baglio nel feudo dei marchesi Di Gregorio, pagandosi vitto e alloggio a colpi di statuine (pagate appena 1000 onze…).

Da “mastru pasturaru” crea la sua tecnica: usa materiali poveri, legno, tela, colla. Intaglia solo viso, gambe e braccia, sbozza appena il corpo in legno di tiglio. Quindi immerge piccole strisce di tela o di lino in una mistura colorata di colla o gesso e le drappeggia, ancora bagnate, sul corpo del personaggio. La colla, indurendosi, faceva nascere drappeggi e particolari che Matera riprendeva con la pittura. I personaggi nascono dalla strada, per i re Magi prenderà spunto dalle storie e dai sogni che giungono sulle navi merci.

Le statuine del Matera (circa 400 in tutto) arrivarono al Pitrè nel 1934, sotto la direzione del Cocchiara, trasferite dall’allora Museo Nazionale. Sempre per questa mostra natalizia si spera che torni visibile anche un altro presepe del tutto unico, non esposto dal 2012 e prima di allora, visibile soltanto nella grande mostra del 1994 curata da Maria Concetta Di Natale. È semplicemente… in cartone dipinto, 250 miniature, realizzato dal pittore Vito D’Anna per i padri Filippini dell’Olivella, passato con la soppressione degli ordini religiosi del 1866 ai nobili Mazzarino e infine acquistato nel 1966, durante una celebre asta, da diversi acquirenti, compresi Gioacchino Lanza Tomasi e Rosanna Pirajno; la maggior parte dei pezzi però appartiene agli antiquari Burgio, che si spera lo espongano. È una rarità, nata in ambienti sacerdotali ma rimasta sempre in ambito nobile, in tempi in cui i presepi di carta nascevano soltanto per le famiglie povere: racconta più di un libro di storia o un affresco perché, tranne la Sacra Famiglia e l’angelo, tutti i personaggi sono in panni settecenteschi. 

Un passo indietro porta invece tra i ceroplasti, tra i quali c’è anche una donna, Anna Fortino e un suo presepe sarà al capezzale di Filippo IV. Ma colui che interessa è nato nel 1656 in una decadente Siracusa: forse da una schiava coinvolta con una famiglia nobile, ecco Gaetano Giulio Zumbo, strano abate amante dell’artificium. Educato dai Gesuiti, Zumbo a un certo punto deve abbandonare di corsa la città aretusea (un delitto anche in questo caso, ma non si sa molto altro). Arriva a Palermo dove entra in contatto con i cerari di San Domenico e inizia a lavorare con loro: va subito oltre, la ceroplastica gli regala personaggi perfetti, dalla sua bottega arrivano pezzi unici diversi dai lavori dei “colleghi” che invece producono soltanto bambinelli. Zumbo crea sculture, ma soltanto pochi presepi, uno dei quali nel 1953 va all’asta da Christie’s e finirà al Victoria and Albert Museum; le Natività non rendono, i signori non lo amano e l’artigiano trova un escamotage: riprodurre con fedeltà, le parti del corpo umano. Diventerà un maestro (e abbandonerà i presepi) di  teatri scenografici e manieristi con scene raccapriccianti di morti ed ecatombe. Nel 1687 è a Napoli (e porterà con sé l’arte della ceroplastica, anche se con alterne fortune), poi alla corte dei Medici a Firenze dove molte sue opere sono custodite al Museo di Zoologia.

È riconosciuto non tanto come il capostipite, quanto come colui che fece diventare la ceroplastica un’arte europea. Testimone raccolto – tra gli ultimi in ordine di tempo – da Luigi Arini che dal padre orologiaio ha pescato la minuzia degli utensili visto che per modellare la cera servono bisturi e aghi. Dalla sua bottega a un passo da Ballarò escono ancora oggi Bambinelli altezzosi, presepi arrampicati su alture di muschio, Natività raccolte sotto teche di vetro. Ha appena completato una santa Rosalia dolcissima, con lo stesso sguardo della Madonna. Passare qualche ora nel suo microscopico e disordinatissimo laboratorio, vuol dire immergersi in un tempo lontano dove il fuoco scoppiettava ancora sotto il pentolino della cera. Mentre accarezza un medaglione che non pesa nulla, Arini ti fa notare almeno dieci personaggi impalpabili che arrivano da un altro mondo, fatto di minuzia, leggerezza e un pizzico di testardaggine. Racconta di pezzi che ha restaurato, giunti da conventi o case nobiliari o confraternite: ormai soltanto un appassionato conserva un presepe di cera. Come quello ereditato da uno zio prete, che un giorno una ragazza gli ha portato. “Era bellissimo, l’ho ricomposto e ricostruito, integrando le parti distrutte: e aveva una particolarità – spiega l’artigiano – tra i personaggi c’era un Cristo Risorto. Un’incongruenza mai vista, ma era bello così”.