Al museo di zoologia di Palermo sta per essere ricostruito lo scheletro di un leone. Leggenda vuole che sia quello di “Ciccio” a lungo vissuto nel giardino. Un evento per i palermitani cresciuti allora

testi Alessandra Turrisi
foto Igor Petyx

Di certo c’è che Palermo avrà uno scheletro di leone completo in ogni suo ossicino, tutto da ammirare e studiare. Che poi appartenga al mitico Ciccio, re triste di Villa Giulia, star per intere generazioni di bambini palermitani, è una leggenda nata un po’ per caso, ma che affascina anche il più scettico degli studiosi.

È l’avventura in cui si sta cimentando il museo di zoologia Pietro Doderlein, parte integrante del Sistema museale d’Ateneo (Simua) dell’Università di Palermo, custode di ricche e pregiate collezioni di vertebrati e invertebrati che risucchiano il visitatore in un’atmosfera d’altri tempi. Un patrimonio scientifico che nei prossimi mesi verrà arricchito dall’esposizione di questo scheletro integro di carnivoro, al termine della sua ricostruzione. Un evento unico per Palermo, ancor di più per il legame che conserva con la storia recente della città.

Da tempo, infatti, si narra che al museo Doderlein di via Archirafi siano custoditi teschio e ossa appartenute al leone Ciccio, vissuto per quasi trent’anni a due passi da lì, in una grande gabbia di Villa Giulia. Ciccio arrivò a Palermo negli anni Sessanta, donato dal cavaliere del lavoro Furlanis all’amministrazione comunale. Ma la città non ha mai avuto un giardino zoologico, se si esclude il parco ornitologico di Villa d’Orléans, quindi non era facilissimo collocarlo. Si pensò di allestire una gabbia a Villa Giulia, che in breve tempo si trasformò nell’attrazione di grandi e piccini, che spesso venivano colpiti anche dalla tristezza di questo leone solo e un po’ depresso.

All’inizio degli anni Novanta l’animale venne trasferito nello zoo-fattoria del dottor Quatra a Terrasini, ma dopo qualche tempo morì, rimanendo ben nitido nell’immaginario dei palermitani cresciuti con quel ricordo. Tanto da diffondersi la diceria che le sue spoglie erano state conservate nei magazzini del museo universitario di zoologia. Una memoria mai sopita a giudicare dall’entusiasmo con cui è stata accolta, nell’aprile 2017, l’esposizione temporanea di due giorni per raccontare i segreti di quello scheletro attribuito dalla “vulgata” al beniamino dei bambini, che facevano lunghe passeggiate all’interno della villa vicina al Foro Italico per ammirare fauci e criniera di quell’animale un po’ malinconico, ma soprattutto per sentire il suo ruggito.

Oggi il nuovo direttore del museo Doderlein, Sabrina Lo Brutto, ha pensato di dare una forma a questo tesoro prezioso, custodito nei cassetti. Nella grande sala espositiva, nella terza vetrina in alto da sinistra, fa già bella mostra di sé il teschio ben pulito di “Panthera leo”, vicino a un bellissimo lupo, uno degli ultimi esemplari siciliani, risalente al 1936. La faccia dello pseudo leone Ciccio è tornata da tempo a essere un’attrazione, uno dei tanti stimoli di curiosità e conoscenza che quelle collezioni suscitano nel visitatore. Perché non farne davvero una star del museo? «Non è scientificamente certo che si tratti di Ciccio. Anzi, questo scheletro dovrebbe risalire addirittura alla fine dell’Ottocento – sorride Sabrina Lo Brutto, che è professore associato di Zoologia -. L’attribuzione non è provata, ma è suggestivo crederlo. È stato un passaparola poco documentato a creare la leggenda. In ogni caso ricostruire l’intero animale consentirebbe di avere l’unico scheletro di carnivoro di questo museo. Questo è già un successo».

Dentro un ampio cassetto del museo sono conservate tutte le ossa del corpo del leone: zampe, colonna vertebrale, cassa toracica. «È prevista un’analisi del Dna, che eseguirà un laboratorio di Bologna, che collabora già con noi per un’altra indagine – spiega la professoressa Lo Brutto -. Abbiamo inviato un campione di lupo, per comprendere se appartiene alla popolazione siciliana o meno. Anche nel caso del leone, sarà eseguita una caratterizzazione genetica e poi un confronto con altri pezzi storici, per provare a collocare meglio questo scheletro nel tempo cui realmente appartiene». La ricostruzione dell’intero scheletro sarà eseguita da Daniele Di Lorenzo, un laureato in Scienze naturalistiche, esperto proprio in questo campo, e sarà sponsorizzata dal Festival “Le Vie dei tesori”, che per primo ha permesso di aprire al pubblico il museo nel lontano 2007 e che collabora stabilmente col Sistema museale d’ateneo, diretto da Paolo Inglese. «Il leone – aggiunge Enrico Bellia, curatore del museo Doderlein – sarà inserito in un ambiente che corrisponda al suo habitat naturale».

Il museo è uno scrigno di collezioni storiche di stampo zoologico più uniche che rare. A istituirlo ex novo nel 1863 fu Pietro Doderlein, medico con l’inclinazione verso le “cose di natura”, divenuto naturalista e quindi collezionista-museologo per professione. Aperto stabilmente dal 2008, il museo conserva la collezione di pesci a secco più importante in Europa con circa 1100 esemplari dell’ecosistema marino mediterraneo ottocentesco, testimonianza storica di una fauna non più esistente: dagli storioni, pescati nelle acque del fiume Oreto, a gronghi, anguille, dentici di dimensioni ormai non più esistenti. La collezione erpetologica (rettili e anfibi) comprende circa cinquecento esemplari tra cui l’ormai estinto scinco gigante di Capo Verde. Vastissima la varietà di uccelli: oltre 1800 esemplari provenienti da tutti i continenti. E ancora 450 mammiferi, 600 invertebrati, 200 scatole entomologiche e migliaia di molluschi.

Ma all’interno del museo, di recente, sono stati realizzati nuovi allestimenti per riportare alla luce la biblioteca personale di Pietro Doderlein, di inestimabile valore: dai bestiari cinquecenteschi e seicenteschi, all’eccezionale opera enciclopedica di ittiologia, ancora oggi un punto di riferimento per gli specialisti e per gli storici della natura.