Da Enna alla scuola del piccolo di Milano, al cinema come protagonista di Notti magiche di Paolo Virzì. Mauro Lamantia racconta il suo sogno realizzato. Restando con i piedi per terra

di Antonella Filippi

Palermo è la città dove è nato e dove ha vissuto i primi quindici giorni della sua vita, per poi trasferirsi a Enna. Era il 1990, l’anno dei mondiali di calcio in Italia e delle “notti magiche” che allora erano quelle trapuntate dai gol di Totò Schillaci. Oggi “Notti magiche” è il titolo del nuovo film di Paolo Virzì che ha tra i suoi protagonisti proprio Mauro Lamantia che quando gli occhi spiritati di Totò invadevano le case degli italiani, aveva quattro mesi. Puntualizza Mauro: “A Palermo torno volentieri a trovare mio nonno materno. È bellissima, artisticamente e umanamente. Però Enna…”
Cos’ha di speciale quel cocuzzolo al centro della Sicilia?

“La amo, ma la odio anche perché non capisce che potrebbe essere più bella, non dà onore alla sua storia e alla sua arte. Sono incavolato per questo, lo dico da persona che a diciotto anni è andata via per inseguire un sogno, in Sicilia difficile da acciuffare, ma che poi con orgoglio è tornato da professionista nel teatro della sua città, con la compagnia e lo spettacolo Lingua di cane”.

Il sacro fuoco della recitazione le è scoppiato addosso fin da piccolo?
“Tutto è cominciato con il laboratorio di drammatizzazione alle medie: interpretavo il comandante von Trapp di Tutti insieme appassionatamente, nulla di più lontano da me, ma mi sono divertito tanto. Al liceo è arrivato il laboratorio dell’Arpa di Calascibetta, cittadina dirimpettaia di Enna: lì ho conosciuto Elisa Di Dio che ha creduto in me e mi ha tirato fuori la passione in maniera consapevole ma una scossa definitiva me l’ha data il Teatro dei territori, che ha portato a Enna registi, coreografi, poeti e alla fine abbiamo messo in scena Il ratto di Proserpina di Rosso di San Secondo, diretto da Aurelio Gatti. Ormai avevo deciso quale sarebbe stato il mio futuro. I miei genitori approvarono anche se, mi confessarono dopo, non credevano che ce l’avrei fatta”.

Invece lei, che faceva sul serio, è riuscito a entrare addirittura al Piccolo di Milano…
“E lì sono rimasto dal 2008 al 2011, c’era ancora Luca Ronconi e c’era ancora la vecchia guardia erede di Strehler. Ho studiato di tutto: canto, danza, acrobatica. Se a diciotto anni vai avanti per incoscienza, quando entri in accademia e ti accorgi quanto è dura, o molli o fiorisce la passione, come è successo a me. A Milano ho fondato con alcuni compagni la compagnia Idiot savant con la quale continuo a lavorare, anche se ora che il cinema mi è entrato dentro e da due anni ho lasciato Milano per Roma con la mia valigia colma di speranze”.

Finalmente è arrivato Virzì…
“A Roma, quattro mesi dopo il trasferimento, la mia agente propose il film di Virzì. Ho sostenuto due provini, il primo senza Paolo, il secondo con lui: ci siamo sfiancati per sette ore filate. A giugno 2017 nell’intervallo di uno spettacolo, ho ricevuto un messaggio dalla direttrice del casting Elisabetta Boni che mi chiamava con il nome del personaggio, Antonino. Ero in teatro con i miei amici: è stato bello condividere con i miei amici quel momento incredibile”.

Nel film lei, Giovanni Toscano e Irene siete tre giovani aspiranti sceneggiatori sospettati dell’omicidio di un noto produttore cinematografico.
“C’è stato un gran lavoro di squadra. Io adesso vivo con lo stesso entusiasmo di Antonino Scordia, il mio personaggio che, nel 1990, si ritrova al centro del mondo del cinema italiano, in mezzo ai miti che aveva solo studiato e manifesta tutta la sua meraviglia. Per me è stato lo stesso, dopo aver fatto teatro negli scantinati, sono sbarcato in mezzo ai Giannini e agli Herlitzka, grandi attori che ti azzerano la paura, e ho vissuto un sogno. Antonino è erudito, con un eloquio forbito che lo rende un po’ ridicolo, ampolloso, e con un’ossessiva passione cinéphile. Come me ama l’arte, io adoro quella sacra, pur non essendo credente. In comune abbiamo una buffa timidezza e quella certa fragilità che mi affascina. Nel film c’è anche molto di Virzì, del suo arrivo a Roma da giovane, tra sogni e illusioni”.

E con lui come è andata?
“Conoscevo bene tutti i suoi film, ho una sincera passione per tutto il suo cinema che trovo divertenti e intelligenti. Per me è stato come incontrare un mito che però mi ha colpito e commosso subito per la sua schiettezza e la sua umanità. Il suo essere anche sceneggiatore lo rende molto attento nel rappresentare la vita nelle parole che ha scritto, e nei suoi attori cerca le tracce della passione e dell’energia che lui stesso trasmette. Per noi è stato il coach che sa benissimo cosa vuole da ogni atleta in campo. Ha saputo motivarci al meglio, dandoci piccoli strumenti o segreti utili da trasferire nel personaggio”.

Il film non è stato accolto particolarmente bene dalla critica, è piaciuta di più la sua interpretazione.
“Sono contento se si parla bene di me ma l’esperienza teatrale e quella con Paolo Virzì mi hanno regalato una leggerezza che definirei calviniana, per cui anche le critiche negative non mi angosciano ma rafforzano il mio bagaglio di esperienze. Vorrei che questo film fosse il trampolino di lancio per migliorarmi, per incuriosirmi, per fare nuovi incontri. Un film dà una visibilità diversa: è una bella sensazione essere riconosciuti per strada”.

A Enna come è stato accolto?
“Per me non vale il detto nemo propheta in patria. Mi vogliono tutti bene e io non dimentico quello che la città mi ha dato, perché io sono ciò che ho assorbito da questa città. Gli ennesi hanno riempito le sale per vedere il film, e mi scrivono per congratularsi. Ma molti dicono che la sorpresa del film è mio papà Gianni”.

Suo papà? Ma non è un ingegnere di… Virzì?
“Sì. Ma nel film ha una scena piccola, in cui interpreta me da grande, siamo due gocce d’acqua. Il resto della famiglia? Mamma Cettina e mio fratello maggiore, Francesco, che insegna a Torino. Senza alcuna velleità cinematografica…”

Il suo posto del cuore?
“La Rocca di Cerere, vicino al Castello di Lombardia. Qui sorgeva il tempio greco di Cerere ma ora rimane solo il basamento roccioso e sporgente che sembra la prua di una nave. Da lì c’è un panorama mozzafiato. È tutto: poesia, mito, storia, ignoto, luce, tramonto. Quando sono a Enna lo raggiungo a piedi da casa mia, che sta dalla parte opposta, e mi siedo lassù a guardare”.

Parliamo di futuro?
“Continuo con il teatro e riprendo la trafila dei provini: qualcosa all’orizzonte c’è, ma sono scaramantico e ancora è presto per parlarne. Cerco di far finta che Notti magiche non ci sia stato, che non sia successo nulla, altrimenti mi viene l’ansia. Però voglio continuare con il cinema: è stupendo”.

Sogni sogni sogni…
“Quello che sto vivendo come lo chiama?”