Il santuario della Madonna di Porto Salvo a Lampedusa conserva la memoria di un uomo, Andrea Anfossi, diventato leggendario perché accoglieva cristiani e musulmani e praticava il doppio culto, croce e mezzaluna. Una storia di speranza e di pace

di Simonetta Trovato
Fotografie di Tullio Puglia

Davanti all’immagine della Madonna di Lampedusa, bruciava sempre una lucerna. Un eremita, probabilmente si chiamava Andrea, la alimentava e leggenda vuole che pregasse in arabo o in sabir – la lingua franca del Mediterraneo, parlata in tutti i porti – a seconda che avesse di fronte un Cavaliere di Malta o un corsaro rinnegato. Tutti adoravano la Madonnina, fossero cristiani o saraceni: perché anche nell’Islam, la madre del profeta Gesù, era riconosciuta come Maria. Simbolo di convivenza pacifica?
A Lampedusa la storia parte da lontano e affonda le sue radici in quello stesso mare che in questi anni è diventato simbolo di approdo e speranza. E’ la storia della madonnina di Porto Salvo, di un eremita genovese, di un quadro dalle tinte scure, di miracoli e gallette, della famosa disfida tra tre cristiani e tre saraceni, cantata dall’Ariosto. Ed è la storia di Andrea Anfossi.

Il luogo che racconta questa storia è uno dei più affascinanti dell’isola di Lampedusa. Per scoprirlo basta lasciare per qualche ora il turchese delle spiagge e addentrarsi al santuario della Madonna di Porto Salvo, sulla strada che dal centro abitato porta alla spiaggia dei Conigli, uno dei pochi polmoni verdi sopravvissuti al disboscamento dell’isola, decretato a metà dell’Ottocento da Ferdinando II di Borbone alla produzione di carbone vegetale, il motore della crescente domanda di energia della grande rivoluzione industriale in corso in Europa. Già, difficile da credere oggi, se si osserva il paesaggio brullo e quasi lunare di quest’ultimo lembo di Europa nel Mediterraneo. Ma fino ad allora Lampedusa era verde e fertile.

Di quel tempo e di quella frescura resta il santuario, che sorge in un zona di grotte la cui storia affonda nel VII secolo, quando qui pregavano insieme cristiani e musulmani: in una parte era seppellito infatti un Marabutto turco e nell’altra, sotto a una croce rosso vermiglio, c’era un cristiano. La Madonnina davanti cui bruciava sempre l’olio, stava al centro. Ma chi era questo eremita Andrea? E come arriva qui? Facciamo un passo avanti, al XVI secolo, per ritrovare tal Uluch Alì, al secolo Giovanni Dionigi Galeni, calabrese che cercava di sbarcare in tutti i modi il lunario: decide di entrare in convento, cosa questa che assicurava una vita perlomeno dignitosa. Ma i corsari infestano le coste del Mediterraneo e Galeni viene rapito con altri giovani dall’algerino Khayr al-Dīn Barbarossa nel 1536 a Le Castella, vicino Capo Rizzuto. Fatto prigioniero, viene incatenato ai remi di una galera e la sua fede barcolla talmente tanto che, dopo qualche anno di remo, decide di abiurare la religione cristiana.

Leggenda vuole che lo abbia fatto per poter uccidere senza conseguenze un turco che lo aveva schiaffeggiato, ma questa è un’altra storia. Il nostro Galeni diventa musulmano, Uluch Alì appunto, sposa la figlia di un altro calabrese convertito, Jaʿfar Pascià, e inizia una proficua carriera di corsaro. Grandi successi, visto che lo ritroviamo comandante della flotta di Alessandria, poi pascià d’Algeri, e infine bey (governatore) di Tripoli.
Nel 1561, durante una delle incursioni in Liguria, Uluch Alì fa prigioniero Andrea Anfossi, un giovane di Castellaro Ligure, che arriva con altri reclusi a Tunisi e da lì viene imbarcato sull’ennesima galera. Che però, in transito nel Mediterraneo, fa scalo a Lampedusa per rifornirsi di viveri.

Un inciso, a Lampedusa c’era sempre un piccolo presidio di viveri e acqua per le imbarcazioni di passaggio, di qualunque religione o bandiera esse fossero: soltanto un piccolo passo nella storia per arrivare all’oggi, alla gente di Lampedusa che non si tira indietro se arriva un migrante, di qualunque religione o bandiera esso sia.Ritroviamo Anfossi nascosto nella boscaglia: la galera riparte senza il suo prigioniero e Andrea chiede l’aiuto di alcuni pastori che lo rifocillano e lo aiutano a spezzare le catene. Camminando, arriva a una fitta boscaglia che sembra splendere di luce propria, anche se non era baciata dal sole: Andrea Anfossi scosta i rovi e appare l’antica grotta con un quadro della Madonna, del Bambino e di Santa Caterina d’Alessandria.

Storia vuole che la tela provenga da un convento egiziano, il più antico monastero cristiano ancora esistente, alle pendici del monte Horeb, dove Mosè avrebbe ricevuto i Dieci Comandamenti. Ma è anche un luogo “riconosciuto” dall’Islam perché Maometto avrebbe accordato la sua protezione al monastero dopo essere stato accolto e protetto dai monaci. In ogni caso la tela della Madonna nella grotta di Lampedusa rimanda a un luogo che è quasi un “porto franco” sia per i cristiani che per i musulmani.
Andrea Anfossi si rende conto di essere giunto a casa: diviene l’eremita famoso di cui si parla a Lampedusa.

E pratica il doppio culto, Croce o Mezzaluna, a seconda di chi si trova dinanzi: è proprio da lui che nasce il detto – valido in tutto il Mediterraneo – “Sei come il romito di Lampedusa”, ovvero pieghi la fede al momento del bisogno. Nel 1828 il naturalista Gussone parla di quell’eremita di due secoli prima, e probabilmente il riferimento è ad Anfossi. “Nel tempo che i nostri mari erano infestati dai legni barbareschi, risiedeva un eremita nella cennata cappella (quella della Madonna), al cui fianco trovasi il sepolcro di un Marabutto.

L’eremita suddetto si accomandava a venerare la croce o la mezzaluna, secondo la diversa religione delle persone che vi approdavano. Da ciò il comune detto in Sicilia il romito di Lampedusa per dinotare una persona di doppia fede”. La storia va avanti, la racconta anche Giacomo Sferlazzo, cantautore dell’isola e presidente dell’associazione Askavusa: la grotta di Lampedusa è un piccolo santuario ricchissimo, nessuno – anche in anni di ruberie come erano quelli – si permette di toccare il tesoro della Madonnina di Porto Salvo, le monete, i tanti doni che chiunque passasse di là, lasciava all’eremita.

Solo i cavalieri di Malta erano autorizzati a prendere i doni e portarli nella chiesa dell’annunciazione di Trapani. Chi avesse mai tentato di derubare la chiesetta, sarebbe rimasto recluso nell’isola, prigioniero delle tempeste fino a quando non avesse restituito il maltolto. Ma a un tratto Andrea Anfossi vuole tornare a casa, nella sua Liguria: fa voto alla Madonna e promette che se riuscirà a rivedere il suo podere a Castellaro Ligure edificherà un santuario in suo onore. Scava un tronco e, novello Robinson Crusoe, usa la tela sacra come vela. Prende il mare, i lampedusani tentano di fermarlo ma non ci riescono.

È il 1602, dopo quarant’anni Anfossi sbarca ad Arma di Taggia, dove viene scambiato per un vagabondo, recluso e presto liberato. Vuole edificare il suo santuario, chiede aiuto al signore di Castellaro ma lui tenta di rubare il quadro. Che miracolosamente ritorna due volte nel podere dell’Anfossi, che viene di nuovo imprigionato perché sospettato del furto del quadro. Ma la gente parla, addita il miracolo, si dice che gli angeli stessi abbiano riportato la tela a casa. Anfossi viene finalmente liberato e il santuario nasce a Castellaro Ligure dove è tutt’ora, quadro compreso.

Insomma, la storia è splendida e si stringe alla gente di mare: non dimentichiamo che esiste un santuario in Brasile, a Rio de Janeiro, dove è venerata Nossa Senhora da Lampadosa, patrona degli schiavi. E che sempre lì c’è una chiesa donata alla confraternita (irmandade) negra di Alampedosa. Dietro l’altare era collocato un Cristo nero. Molti schiavi sono passati da Lampedusa, con padroni italiani, si convertono al cattolicesimo e vengono poi imbarcati per il Brasile, portando con loro un’immagine della Madonna di Lampedusa.

Torniamo a Lampedusa: dopo la partenza Anfossi, l’isola perde il suo eremita. Ma per meno di cento anni: quando, intorno al 1712, è un personaggio curioso, tale padre Clemente, prete di origine francese, a sbarcare a Lampedusa e decidere di fermarsi, nella grotta del vallone di cala Madonna dove coltivava un piccolo orto e un vigneto. Morirà alla fine del Settecento, e Lampedusa avrà perso per la seconda volta il suo eremita. Ma il santuario resta, con la sua memoria secolare.