Villa Florio ai Quattro Pizzi, affacciata sul mare dell’Addaura a Palermo, conserva ancora i fasti di una famiglia e di un’epoca. Tra camere della memoria e saloni fantasmagorici

di Anna Maria Ruta
Fotografie di Tullio Puglia

«Le case hanno un’anima» ha scritto una mia sensibile amica, e in poche, come ai Quattro Pizzi, a Palermo, l’anima batte e alimenta di sé ogni angolo, ogni oggetto, ogni immagine che parla di una grande storia. 
Progettata ex novo da Carlo Giachery nel 1844 in stile neo-gotico inglesizzante (la prima committenza dei Florio), accanto all’antica tonnara risalente al 1323, già ristrutturata dopo l’acquisto del 1829, la casa è sovrastata dall’alta struttura rossa, a forma di torre, dell’ex Mulino a vento del sommacco. Ampia e affascinante la vista sul bel mare dell’Arenella, vicino a Villa Igea e sotto la protezione del «più bel promontorio del mondo».

Nell’ala nuova della casa, ornata in alto da quattro torrette poligonali cuspidate, di cui una danneggiata dal terremoto del 1968, la grande sala rotonda di rappresentanza è decorata in modo fantasmagorico, un unicum nella Sicilia del tempo, come lo giudica Lanza Tomasi, per un eclettismo trasbordante, tipico della cultura siciliana tra fine ‘800 e primi ‘900, in cui si mescolano, senza tuttavia scadere nel confuso o nel volgare, fantasie carolingie, evocazioni arabeggianti e gotiche con inserti di storie della tradizione popolare. Ma per la sostanziale efficacia e armonia dell’insieme si potrebbe ipotizzare anche l’intervento nella decorazione di un artista colto, come Salvatore Gregorietti, per la straordinaria somiglianza di questa iconografia con quella del soffitto della Stazione di Giardini-Naxos dello stesso.

Tutti i Florio vi andavano in gita, per relax, in alcuni particolari giorni dell’anno; Lucie e Vincenzo vi vivranno prima saltuariamente, poi stabilmente dagli anni Trenta fino agli ultimi giorni con i loro eredi Vincenzo Paladino, detto Cecè, la moglie Silvana e i loro figli, Chico e Alex.
Lucie Henry, bella e sofisticata seconda moglie di Vincenzo Florio fu ed è personaggio assai meno noto nella storia della famiglia, ma «la curiosità è la madre delle favole» scrive in uno dei suoi racconti Giuseppe Tomasi di Lampedusa e la curiosità spinge ad entrare nella favola breve, talvolta anche dai toni drammatici di casa Florio. 

Custodisce la casa, in una sorta di wunderkammer, vari cimeli della Targa: tra essi un dinamico calamaio in bronzo a forma di macchina da corsa, quasi certamente di Duilio Cambellotti, donato a Vincenzo Florio nel 1908 per la Prima coppa automobilistica Monte Pellegrino, le tavole dello stesso Cambellotti e di altri artisti per «Rapiditas», l’elegante e moderna rivista, che raccontava i fasti della corsa e che era giudicata una delle più belle e lussuose nell’Italia degli inizi del Novecento. Ma vi si ammirano anche i quadri di Aleardo Terzi, di Marcello Dudovich, di Margaret Bradley, figlia del giornalista inglese al seguito della Targa e di altri artisti, che immortalarono con segno raffinato e leggero angoli e momenti della gara, sottolineando l’eleganza e la bellezza delle signore del bel mondo che la seguivano.

E vi si può pure sfogliare un prezioso album di caricature della famiglia e della Targa stessa, Macchiette e profili di Casa Florio (1902), del francese Georges Goursat, detto Sam, famoso durante la Belle Époque, che visse a Parigi a partire dal 1900. Ma vi sono anche gli arazzi e i paliotti tessuti con fili d’oro e d’argento nei laboratori della Tessoria del Pegno, antica filanda di cotone, oggi Istituto dei Ciechi Florio, voluto da Ignazio. Nell’anti-cucina invece svettano sulle pareti i molti quadretti di Vincenzo Florio, che, amico di molti artisti, si dilettava di pittura proprio quando viveva in questa sua bella dimora,1 come faceva, per altro, anche Lucie.

La casa della vita, che custodisce anche le reliquie dell’antica attività dei Florio, l’insegna della prima Drogheria di via Materassai con un leone in bassorilievo ligneo disteso sulle quattro zampe, opera di Francesco Quattrocchi, l’armadio con i cassettini dove venivano conservate droghe di ogni genere, due grandi vasi a motivi floreali della fine dell’’800, esemplari unici della fabbrica della ceramica Florio, il servizio di porcellana con decorazioni liberty realizzato dalla Fabbrica Ginori per Vincenzo con le sue lettere iniziali (VF) e ancora i libri dei conti, vari preziosi documenti, la scrivania di Vincenzo senior e tanti tantissimi altri quadri, compresi i ritratti di Vincenzo jr. e della moglie Lucie di Giacomo Grosso (1917).

Ma vi si possono anche ammirare numerosi oggetti etnici provenienti da tutte le parti del mondo, statue orientali e reperti del mare del Madagascar, pescati in gioventù da Cecè Paladino, noto e abile subacqueo, una grossa e vecchia tartaruga marina nella vasca del giardino e pappagalli ormai sbiaditi per l’età in cucina: un luogo delle meraviglie per chi volesse addentrarsi in un’intrigante esplorazione di un irripetibile passato. Paladino fece parte della squadra nazionale italiana dei subacquei, per cui conquistò la medaglia d’oro, fu campione del mondo, ma anche stimato collaboratore di Jacques Cousteau e operatore di importanti filmati naturalistici.

I due Florio si erano trasferiti da Parigi a Palermo dopo la prima guerra mondiale ed erano andati a convivere in via Catania, in una delle tante case della famiglia, presto venduta nel crollo economico, ma allora salotto ambito dell’intellettualità anche avanguardista palermitana. In una delle sue più interessanti serate, nell’ottobre del 1921, le eleganti signore e i raffinati signori amici della coppia si cimentarono nella recita di una sorpresa teatrale, L’ora precisa, del futurista napoletano Francesco Cangiullo, provata in via Catania prima del lancio nei teatri italiani con uno spiritosissimo finale a sorpresa, che ebbe come protagonisti due ospiti dei padroni di casa. Cangiullo e Marinetti erano amici di Florio, a sua volta legato anche d’amicizia con i futuristi Giacomo Balla, Gino Severini, conosciuto a Parigi, Pippo Rizzo, poi suo maestro di pittura.  A Palermo per due serate del Teatro della Sorpresa della Compagnia De Angelis, serate che suscitarono, come sempre, le eclatanti reazioni del pubblico in sala, furono graditi ospiti di casa Florio.

Solo dal 1934 i Florio vivranno all’Arenella con la figlia che Lucie aveva avuto giovanissima dal visconte francese De Guy, morto nella prima guerra mondiale. Frequentissimi, tuttavia, sono i loro viaggi a Roma, Venezia, Parigi soprattutto, dove per un certo periodo vivono sei mesi all’anno in una bella casa di Place Vêndome, poi venduta.