A 450 anni dalla nascita un saggio ricostruisce le vicende umane e di studioso di Tommaso Campanella. Un modo per restituirgli il posto tra i grandi del pensiero che gli è stato ingiustamente negato

di Antonella Lombardi

Eretico, anzi, fedele cattolico. Utopista, o forse reazionario. Se c’è un personaggio storico che si è visto affibbiare tutto e il contrario di tutto, è il filosofo Tommaso Campanella, noto ai più come l’autore di un testo, “La città del Sole”, che avrebbe poi ispirato molti teorici e fan delle società comuniste. Errore. Una beffa ulteriore per un calabrese “venuto a diveller l’ignoranza”, eppure vittima, come pochi, di continui fraintendimenti ed equivoci. Lo ha dimostrato Luca Addante, professore associato di Storia moderna all’Università di Torino, che di “sacerdoti del dissenso” ha una certa dimestichezza, avendo ricevuto il premio Federico Chabod dell’Accademia dei Lincei per il libro “Eretici e libertini nel Cinquecento italiano”.

Addante, cosentino, è l’autore del saggio “Tommaso Campanella. Il filosofo, immaginato, interpretato, falsato”, edizioni Laterza, presentato a Torre Camigliati, sede del parco OldCalabria, all’interno degli incontri promossi dalla “Fondazione Napoli 99” di Mirella Barracco, sorta per favorire la conoscenza culturale e ambientale della Calabria. Un testo pubblicato nel 450esimo anniversario della nascita di Campanella a Stilo, terra di ulivi resilienti. Proprio come Campanella, messo all’indice dall’Inquisizione, condannato a oltre trent’anni di carcere e sottoposto a indicibili torture. Restituire quella tensione morale per la verità che lo aveva caratterizzato in vita è l’obiettivo del saggio di Addante. Un compito non semplice, vista la stratificazione secolare di pregiudizi e revisioni sul pensiero del filosofo di Stilo, vittima ante litteram di “fake news”.

Il suo demone è la sete di conoscenza, che spiega come questo umile figlio di un ciabattino finirà poi alla corte di Luigi XIII: “Campanella era un figlio della sua terra, con doti eccezionali e capacità riconosciute sin da bambino, e da quanto ci dicono le fonti del suo tempo uno spirito libero e rivoluzionario fin da giovane – spiega il professore Luca Addante – si è battuto a lungo per un riscatto della sua terra che passasse attraverso la partecipazione dei ceti più umili, credeva nel valore delle donne e in una società dove fondamentale fosse l’istruzione universale. Oggi queste conquiste sono un fatto reale e consolidato dalle democrazie, allora pochi credevano, come Campanella, nella necessità di un affrancamento della plebe. Le condizioni della Calabria di allora erano durissime, soprattutto per chi era condizionato al potere dei baroni e viveva in miseria. Una condizione che, con le dovute differenze, attraversa ancora la Calabria e il Mezzogiorno, anche se oggi la migrazione verso il Nord è di alto livello e riguarda soprattutto laureati. Io stesso sono nato a Cosenza e insegno a Torino. Ma la modernità del pensiero di Campanella è intatta ancora oggi ed è ciò che lo ha reso un classico, capace di parlare al di fuori della propria epoca”.

Eppure la portata rivoluzionaria delle sue idee filosofiche e religiose viene distorta e piegata dalle interpretazioni a uso e consumo della politica lungo i secoli. “Pochi come Campanella sono stati tanto fraintesi – aggiunge Addante – Tra i casi più eclatanti che cito nei miei corsi c’è quello di Nicolò Machiavelli. Ogni volta, infatti, che chiedo ai miei studenti una sua frase, mi sento replicare: ‘Il fine giustifica i mezzi’. Peccato che Machiavelli quella frase non l’abbia mai scritta. Un po’ come l’opera con la quale è stato identificato per decenni Campanella, cioè ‘La città del sole’, sconosciuta fino all’Ottocento e portata in voga dai movimenti socialisti e comunisti che di quella utopia fecero uno dei loro manifesti fondanti.

Eppure era solo l’appendice di un’opera maggiore, intitolata ‘De politica’ con la quale Campanella riteneva di aver “fondato la scienza politica”. Perché della copiosa produzione di questo indomito ribelle calabrese molto ancora è sconosciuto, ma qualcosa faticosamente è emerso: “È incredibile l’uso politico e religioso del pensiero di Campanella che ha fatto strame della realtà storica – prosegue Addante – soltanto a fine Ottocento, grazie agli studi di Luigi Amabile è iniziata una seria storiografia sul suo conto, poi altre ricerche sono state condotte da Giovanni Gentile, Germana Ernst e Luigi Firpo. È stato proprio Gentile a definire Campanella il frutto più maturo del Rinascimento italiano”.

Non potrebbe essere altrimenti per questo Stilese processato quattro volte dall’Inquisizione, che beffa, con fine dissimulazione, pure dopo estenuanti torture. Ribelle e anticonformista fino alla fine, pur di non ritrattare le sue tesi si finge pazzo. “Questo dimostra ancora una volta la finezza del suo pensiero – sorride Addante – perché Campanella sapeva bene che la pazzia, conclamata dai giudici inquisitori, avrebbe invalidato la condanna a morte. Secondo le convinzioni della Corte il reo, pazzo, non sarebbe stato in condizioni di pentirsi, quindi sarebbe finito dritto all’inferno.

Inconcepibile per il tribunale della Chiesa che puntava alla conversione e al ravvedimento del condannato”. Un inganno attestato dal verbale che riporta le sue parole irridenti al boia: “Si pensavano che io fusse coglione”, tremendo scampolo di lucidità che riporta al fool Shakespeariano e a quell’ “Eppur si muove” attribuito a Galileo. Proprio la sua difesa dello scienziato, condannato a morte per la stesi che dimostra l’ipotesi eliocentrica di Copernico, costituisce per Addante una “pietra miliare per la modernità e la conquista dei diritti occidentali: Campanella scrive infatti il celebre pamphlet ‘Apologia pro Galileo’ nel quale difende lo scienziato in nome di un principio oggi consacrato e legittimato dalle Costituzioni moderne: e cioè la libertà di espressione e della ricerca scientifica, al di fuori di ogni dogma. Un urlo di difesa appassionato che rivolge dalla fossa sotterranea in cui la stessa Chiesa anti – Galileo lo aveva confinato, dimostrando un coraggio e un eroismo straordinari”.

Come se non bastasse, nella Calabria – e nell’Italia – del 1600 questo rivoluzionario ante litteram “utilizza spesso in tutte le sue opere la parola ‘merito’ conducendo delle vere battaglie contro l’ereditarietà delle cariche – puntualizza lo studioso Addante – in un momento in cui la società si basava soprattutto sul censo e sull’influenza della nobiltà e dei diritti ereditari. Convinto assertore del merito, Campanella crede poi nella redistribuzione dei carichi di lavoro, nell’istruzione universale e nei diritti per le donne”.

È la sua sete di riscatto per la Calabria contro il dominio spagnolo a causargli, nel 1559, la condanna per ribellione politica ed eresia: “Arrivò ad avere moltissimi seguaci trasversali, tra gente del popolo e i nobili, ma Campanella aveva anche stretto delle alleanze con gruppi di banditi strumentali alla sua causa. Oggi non si può certo pensare a un riscatto della nostra terra alleandosi con la criminalità organizzata, sarebbe antitetico. Ma il coraggio di cambiare le cose di Campanella, quello sì, dovremmo averlo presente, come un memento. Almeno, un tentativo, Campanella seppur pagato a prezzo altissimo, lo fece”. Con un obiettivo più immediato per rendere omaggio a questo padre moderno della libertà: “Restituirgli il posto ingiustamente negato negli ultimi decenni”.

Settembre 2018