Quando, nel 1898, Oscar Wilde raggiunse Taormina era già celebre in tutta Europa per le sue opere teatrali ma forse di più per l’eco delle sue trasgressioni e della sua vita libertina. Aveva scelto la Sicilia perché attratto da un’idea mitologica e insieme romantica dell’isola…

di Salvatore Savoia

Quando, nel 1898, Oscar Wilde raggiunse Taormina era già celebre in tutta Europa per le sue opere teatrali ma forse di più per l’eco delle sue trasgressioni e della sua vita libertina. Aveva scelto la Sicilia perché attratto, come altri intellettuali tra cui l’amico Gide, da un’idea mitologica e insieme romantica dell’isola, influenzato dalle antiche suggestioni del Grand Tour, che aveva visto tanti viaggiatori ricchi ed eccentrici ricercare un’Arcadia perduta. Tra essi non mancavano molti “esteti”, per usare l’eufemismo ipocrita di cui parlò Tomasi di Lampedusa a proposito delle allusioni che si facevano sulla loro omosessualità.

Dobbiamo le dettagliate notizie sul soggiorno di Wilde in Sicilia alla corrispondenza con Robert Ross, che si sofferma sulle visite che a Taormina Wilde fece all’atelier del fotografo Barone Von Gloeden, i cui “meravigliosi ragazzi” seminudi turbavano da anni mezza Europa. A Taormina Wilde pernottò all’Hotel Victoria, un celebre indirizzo di corso Umberto, dove non c’erano camere con bagno; Wilde potè disporre solo di una tinozza, che un gruppo di ragazzotti provvedeva ogni giorno a riempire di acqua di mare, come avevano già fatto per Van Gloeden.

Ma l’ultimo viaggio dello scrittore, nel 1900, fu a Palermo, che in quegli anni si illudeva di essere una sorta di Montecarlo. Il viaggio era stato pagato da Harold Mellor, un ricco e originale inglese omosessuale che sarebbe stato vicino allo scrittore fino alla sua morte. Nella capitale siciliana Wilde scese all’Hotel Centrale, ai Quattro Canti. Malgrado la sua celebrità, a causa della sua tutt’altro che celata omosessualità e delle accuse di gross indecency per la quale era stato condannato a un biennio di lavori forzati, non fu accolto nei salotti della buona società.

Erano gli anni in cui a Palermo la cultura inglese era rappresentata dai Whitaker, che ospitavano i Reali d’Inghilterra; probabile che in privato in tali ambienti lo scrittore fosse apprezzato; non tanto però da accoglierlo in società. Ogni trasgressione era praticabile, purché con discrezione. Esattamente l’antitesi dello stile di vita di Oscar Wilde.

Lo si vide in quelle giornate di primavera, con i suoi inconfondibili capelli lunghi e lo sguardo languido al Caffè Oreto di piazza Marina – lo stesso dal quale pochi anni dopo Joe Petrosino si sarebbe mosso per l’appuntamento con la morte – osservare curioso la città ma anche i giovani che passavano. E proprio dall’Oreto Wilde scrisse: “Palermo è la città col panorama più bello del mondo. Però trovo curiosi e strani i suoi abitanti. Stupenda è la vallata situata fra due mari, i boschetti di limoni e i giardini d’aranci così perfetti. Molti ragazzotti hanno volti che sanno di grecità, altri proprio da arabi, sembrano tante sculture che girano a cielo aperto”. A proposito dei monumenti aggiunse: “Da nessuna parte, neppure a Ravenna, ho visto mosaici simili. Nella Cappella Palatina, che dai pavimenti ai soffitti a volta è tutta d’oro, ci si sente come si fosse seduti nel cuore di un enorme nido, guardando gli angeli cantare”.

A Palermo Wilde non resistette alla malia di giovani, popolani e non: in una lettera all’amico Robert Ross, racconta dell’incontro avuto con un seminarista. “A lui ho predetto un cappello cardinalizio – scrisse – e spero che non si dimentichi mai di me, e veramente non credo che mi dimenticherà, perché ogni giorno lo baciavo dietro l’altar maggiore. Altri scambi di baci con un altro giovane dietro un confessionale, non lontano dalle tombe di Ruggero II e di Costanza d’Altavilla. Monreale evidentemente era una delle sue mete preferite: “Ci andavamo spesso in carrozza, essendo i cocchieri ragazzi modellati nel modo più squisito. La razza si vede da loro, non dai cavalli di Sicilia. I favoriti erano Manuele, Francesco e Salvatore. Li amavo tutti, ma ricordo solo Manuele”. Oscar Wilde, dopo il soggiorno palermitano, rientrò a Parigi dove morì  il 30 novembre 1900, all’età di soli 46 anni. Quasi nessuno si fece vedere al funerale.

In compenso, sulla sua tomba, al cimitero parigino di Pére Lachaise, le tracce dei baci di generazioni di suoi appassionati – chissà, forse discendenti di Manuele, Francesco e Salvatore – hanno lasciato segni indelebili sul marmo.