L’Italia non ha un sistema di grande distribuzione organizzata che propone, nel mondo, i prodotti dell’agricoltura italiana

di Paolo Inglese

L’Italia non ha un sistema di grande distribuzione organizzata che propone, nel mondo, i prodotti dell’agricoltura italiana. A parte Eataly, che si colloca nella nicchia del lusso e più che altro della somministrazione, solo Esselunga e Conad resistono e fanno un ottimo lavoro. Ci sono poi dei modelli distributivi di minore dimensione, ma capaci di veicolare ottimi prodotti che proprio a Palermo sono nati e crescono. Manca qualcosa che rappresenti, nel mondo, il cibo italiano.

Andate a New York, Londra, Berlino, Singapore, le troverete piene di “Pret a Manger”, “Maison Kayser”, “Chiplote” o catene orientali anche di orribili all-you-can eat. E l’Italia? Possiamo immaginare davvero che il nostro sviluppo sia fatto solo di turismo e agroalimentare? Che il tessuto connettivo di un Paese ne divenga l’ossatura? È davvero forte abbastanza? Oppure si sogna di diventare una sorta di grande Venezia, il Bel Paese pronto a ospitare chi, nel mondo, produce ricchezza? Non c’è forse, dietro l’angolo, il rischio che il turismo di massa, con uno dei più classici effetti feedback, possa tradursi in una degenerazione, o in una falsa rappresentazione, della tradizione, anche nei temi dell’enogastronomia?

Quello che penso è che l’Italia deve ritrovare la politica e la forza di ri-costruire un’industria agroalimentare competitiva, che eviti la frammentazione delle presunte eccellenze in un localismo sfrenato, che sia fattore di coesione, in un mondo in cui la ricerca della specificità stenta a costruire un sistema coerente.

I sistemi della gestione del food and beverage e dei beni culturali devono crescere insieme. Piccolo è bello, sì, mi capita di dire, se è Ferrari o Maserati, ma anche in quel caso, chi voleva competere, e lo faceva più che bene, con le grandi del sistema, si fece adottare da Fiat, garantendosi la possibilità di giocare in un mondo di grandi, per diventare immenso.

È la lezione di Enzo Ferrari: connettere, appunto, non dividere chi ha missioni diverse. Ferrari ha capito il glocal con quarant’anni di anticipo. Riflettiamoci insieme.