I fari e il mare delle tenebre. Torniamo nel mare arcaico. Dove la natura aveva installato una poderosa catena di segnalamenti notturni

di Mario Genco

I fari e il mare delle tenebre. Torniamo nel mare arcaico. Dove la natura aveva installato una poderosa catena di segnalamenti notturni: «Ecco, sentinella in mezzo al mare, Stromboli con i suoi fumi, a nord delle isole Lipari. Ogni notte i suoi proiettili incandescenti illuminano il cielo e il mare che li circonda. Ecco il Vesuvio, sempre minaccioso…. Ed ecco il re delle fucine, l’Etna che si erge, sempre attivo, sulla meravigliosa piana di Catania. Luogo di leggende, l’Etna: i Ciclopi fabbricanti delle folgori celesti… Nell’Egeo l’isola di Santorino (l’antica Thera)… intorno al 1450 a.C. una terrificante esplosione… l’eruzione di Thera seppellì Creta sotto cumuli di ceneri ardenti…». Questo è lo storico Fernand Braudel, il grande cantore scientifico del Mediterraneo, e dal suo conto manca Vulcano.

Nessuno dei tre, Omero Apollonio e Virgilio, “usa” questi vulcani come riferimenti “obbligatori” sulle rotte dei suoi eroi. Passi per Omero, la cui improbabile geografia non cita mai la Sicilia: lui parla di Trinachìa (tridente) e non di Trinacrìa (triangolo), nessuno può dire dove avesse immaginato la terra dei Ciclopi senza l’Etna, Scilla e Cariddi e gli scogli delle Sirene, l’isola di Eolo. Le ipotesi sembrano ridursi a due: o faceva navigare Ulisse chissà dove; o la sua poetica esigeva che il mare notturno fosse nero.

E Apollonio? Proprio lui, il Rodio, contemporaneo del prodigioso faro della sua isola e dell’altro meraviglioso di Alessandria, non usa nemmeno un vulcano come faro sulla rotta che Circe indica a Giasone. Anzi, fa una cosa quasi incredibile: perché nave Argo passi non vista fra Scilla e Cariddi, ne spegne uno. La madre di tutti gli dei Era ordina alla messaggera Iride: «Poi recati subito sulle rive dove i rudi martelli di Efesto battono sulle incudini e digli di addormentare i soffi fino a che Argo non abbia attraversato quel luogo». In quanto a Virgilio, così fa approdare Enea i suoi compagni: «Poi si scorge dalle acque, discosto, il trinacrio Etna e udiamo lontano il profondo gemito del mare, e gli scogli percossi e i suoni che s’infrangono sulla riva… ignari della rotta arriviamo alle spiagge dei Ciclopi. Il porto, al riparo dei venti, è immoto e vasto ma accanto l’Etna tuona di orrende rovine, e talvolta vomita nel cielo una nera nube, fumante d’un turbine di pece e di ardenti faville, e solleva globi di fiamme e lambisce le stelle». Quasi non ci si crede: prima sentono i rumori del mare ai piedi dell’Etna, poi approdano e infine vedono quello strepito di fiamme e rocce infocate.

Né Euripide, nel dramma satiresco Il Ciclope, aveva guidato Ulisse con l’Etna, nonostante lo avesse definito sede di «pericolo orrendo». L’espediente di fare di un vulcano un punto cospicuo di navigazione sembrerebbe ovvio. E certamente lo era per gli esploratori greci che già ai tempi di Omero, tremebondi impavidi, compivano ricognizioni sempre più accurate delle coste e delle isole occidentali lontane dal loro Mediterraneo.

Joseph Conrad, nel romanzo Victory: «Poteva dare al signor Ricardo un segnale a terra che uno non può desiderare di meglio…Che direste di una colonna di fumo di giorno e d’un bagliore di fuoco di notte? C’è un vulcano in piena attività vicino a quell’isola – basterebbe a guidare un cieco. Che volete di più? Un vulcano attivo su cui far rotta». La descrizione colpì, molti anni più tardi, un poeta caraibico che nel 1992 sarebbe diventato premio Nobel per la letteratura, Derek Walcott, e gli suggerì questi versi della sua Mappa del Nuovo Mondo: «Al limite dell’orizzonte notturno/ da questa casa sopra la scogliera/ si vedono ora, fino all’alba/ due vampe dalle torri del petrolio/ lontane in mezzo al mare; sono come/ il bagliore del sigaro/ e il bagliore del vulcano/ alla fine di Victory».

Come non farsi ispirare da una luce in mezzo al mare? Alvaro Cunqueiro, scrittore gallego, non resiste e nella sua affascinante reinvenzione delle avventure di Simbad il Marinaio mette in bocca all’ «ex primo pilota del califfo di Bagdad», ormai marinaio atterrato per sempre, pingue e anche un po’ fuori di testa, una «piccola dissertazione sui mari arabici ad uso e vantaggio dei piloti greci di Cipro».Tra le altre meraviglie, Simbad racconta: «Trapobana non è che davvero non ci sia, è che è fluttuante e oggi è qui domani è là, e se viaggi con la tua nave e lei è fuori dalla sua collocazione sulla mappa, si scosta così in fretta che il più delle volte non si riesce nemmeno a vederla, tranne che di notte, perché fa luce». Non si può lasciare il mare al buio.