Corrispondenze, disegni, arredi: a Palazzo Arone al Cassaro alto di Palermo si conserva ancora il ricordo della baronessa Lanza Filangeri. Visitarlo è come fare un viaggio nella storia e nei costumi della fine dell’Ottocento

di Laura Grimaldi

Da oltre mezzo secolo non c’è più. Eppure molto di lei si respira ancora nelle stanze e nei saloni di Palazzo Arone baroni di Valentino, a Palermo. Immagini in bianco e nero esposte qua e là, lettere appassionate, poesie scritte in bella calligrafia e affidate alle pagine di un diario che lei stessa volle impreziosire con delicati disegni. Molto racconta di lei in questa antica dimora nobiliare, delle inclinazioni e dei sentimenti di una donna bella, colta e intraprendente.

Nata nell’anno dello sbarco dei Mille in Sicilia, a vent’anni Marianna Lanza Filangeri dei principi di Mirto arrivò nel grande palazzo che si affaccia sulla parte alta dell’antico Cassaro, oggi corso Vittorio Emanuele. L’ultimo giorno di gennaio del 1880 sposò Francesco Arone di Valentino e sulla partecipazione di matrimonio le iniziali dei loro nomi si intrecciano come rampicanti in eleganti volute. Le nozze furono celebrate pochi anni dopo che l’ultima parte del palazzo fu acquistato da Giuseppe Arone, nobile famiglia che “pare sia passata da Milano in Palermo, da dove si trasferì nella città di Sciacca dove occupò sempre le cariche di capitano di giustizia e senatore” come dice “Il Nobiliario della Sicilia”. La prima notizia certa risale al 1656, anno in cui Domenico Arone ottenne il titolo di barone di Valentino.

Nello stemma della nobile famiglia, una sorgente d’acqua che zampilla rigogliosa dalla roccia toccata da una mano che stringe una verga. Sembra che il tempo si sia fermato nel salone che ospitò il ricevimento nuziale. A parte il rivestimento alle pareti, tutto è rimasto come allora. Il morbido velluto rosso alle finestre, l’oro delle grandi specchiere, delle consolle, dei divani e delle sedie che portano inciso su ogni spalliera lo stemma delle rispettive famiglie nobiliari degli sposi. Maiolica decorata sul pavimento e sul soffitto un bell’affresco di metà Settecento ritrae “Abigail che implora David perché salvi Nabal”. Naso all’insù, nelle due sale vicine si scoprono altri raffinati affreschi dello stesso periodo: “Mosè salvato dalle acque” e “Rebecca al pozzo”, opera attribuita al Borremans, pittore fiammingo che in Sicilia ha lasciato tante testimonianze del suo talento. Tra gli artisti di fama che i principi di Castelnuovo, al tempo proprietari, chiamarono per arricchire gli ambienti del palazzo che altri avevano costruito nella seconda metà del Cinquecento.

Con un po’ di fantasia è facile immaginare gli aristocratici del tempo incontrarsi e intrattenersi in queste eleganti sale che tra il 1769 e il ’72 ospitarono la prima sede del circolo “La conversazione della nobiltà”, poi circolo Bellini. Fu la seconda “Conversazione” d’Italia dopo quella di Bologna. Virtuosa del violino e del pianoforte, Marianna Lanza parlava il francese e l’inglese, amava il bel canto e si dilettava nella poesia e nel disegno. Sono suoi i tre studi a matita realizzati tra della fine del 1876 e l’inizio del ’77. Sono appesi nel soggiorno dell’abitazione al piano nobile del palazzo, dove vive un discendente della famiglia Arone di Valentino. Si chiama Bernardo, come il nonno materno, principe di Raffadali, ed è figlio del secondogenito di Marianna Lanza, Giuseppe Arone di Valentino.

“Nacque nel 1897 in questo palazzo – racconta Bernardo Arone – e appena diciottenne partì volontario nella Grande Guerra del 1915 – 1918. Fu più volte decorato”. Accenna un sorriso in una foto in bianco e nero che lo ritrae in divisa militare, una penna tra le dita e un foglio immacolato disteso sul tavolo davanti a sé. Una delle tante lettere che madre e figlio si scrissero durante gli anni del conflitto e “ritrovate per caso insieme a molte altre in un baule in soffitta” – confida Simona Arone, moglie di Bernardo, che si è dedicata con passione a mettere ordine tra i documenti, le memorie e i ricordi della nobile famiglia di cui anche lei è parte dal 1974. Squisita e attenta padrona di casa e “Bella come la vita” secondo Gérard Depardieu, l’impetuoso attore francese che nel 2006 ha lasciato una dedica nel libro degli ospiti del palazzo. Qualcosa dell’archivio è andato perduto nel ’43 sotto quintali di bombe angloamericane che squarciarono il centro storico della città per far pressione sulla resa dei tedeschi. “Custodire la storia di famiglia è importante tanto quanto farla continuare a vivere attraverso i discendenti”, dice Simona Arone che di figli ne ha tre: Giuseppe, Gianfranco e Anna. Tutti e tre vivono a palazzo.


Marianna Lanza conservò la sua corrispondenza secondo un preciso ordine. Per distinguere il mittente, scelse nastri di tinte diverse. Tricolore per le lettere del figlio dal fronte, azzurro per le missive del primogenito Pietro, che fu ambasciatore nelle più prestigiose sedi europee. Un fiocco giallo contrassegnava la corrispondenza delle sorelle. Tra queste, anche le lettere che raccontano di febbrili preparativi in occasione di un grande ricevimento a palazzo in onore del maestro Giacomo Puccini. Secondo le cronache, la sua ‘Bohème’ andò in scena nel 1896 al Teatro Politeama Garibaldi, inaugurato nel 1891. Lo stesso anno dell’Esposizione nazionale che anche Palermo ospitò dopo Firenze, Milano e Torino. I lavori di costruzione del monumentale Teatro Massimo, tempio della lirica tra i più belli d’Europa, sarebbero stati completati sei anni più tardi, nel 1897. Il mito dei Florio era al suo culmine.

Un’immagine d’epoca sul cassettone antico di una delle stanze da letto per gli ospiti, ci restituisce il volto di una giovane Marianna. Mostra il profilo destro, lineamenti regolari e labbra carnose. Sembra avesse una carnagione chiara così come gli occhi, lunghi capelli castani raccolti in una ricca acconciatura, il gomito destro appoggiato con delicatezza al bracciolo di velluto della sedia.Di Marianna, morta a 93 anni nel 1953, è la collezione di piccole cineserie nel salotto dei quadri che precede il delizioso boudoir, ambiente raccolto e intimo di un delicato verde pastello, impreziosito da stucchi e dipinti del Settecento. Comunicava certamente con la sua stanza da letto. Oggi non è più così e la stanza è riservata agli ospiti. Anche qui Simona Arone si è occupata personalmente della scelta di stoffe, rivestimenti e complementi d’arredo di design. Antico e contemporaneo convivono in armonia anche nelle quattro confortevoli stanze dell’ appartamento al primo piano acquistato dalla famiglia all’inizio del 2000. Oggi è un confortevole B&B con un accesso indipendente dall’antico Cassaro.

Di Marianna, morta a 93 anni nel 1953, è la collezione di piccole cineserie nel salotto dei quadri che precede il delizioso boudoir, ambiente raccolto e intimo di un delicato verde pastello, impreziosito da stucchi e dipinti del Settecento. Comunicava certamente con la sua stanza da letto. Oggi non è più così e la stanza è riservata agli ospiti. Anche qui Simona Arone si è occupata personalmente della scelta di stoffe, rivestimenti e complementi d’arredo di design. Antico e contemporaneo convivono in armonia anche nelle quattro confortevoli stanze dell’ appartamento al primo piano acquistato dalla famiglia all’inizio del 2000. Oggi è un confortevole B&B con un accesso indipendente dall’antico Cassaro.

Stupisce invece che i due ingressi principali del palazzo siano nel vicino vicolo Castelnuovo. “In origine, l’edificio nobiliare si affacciava sull’immensa piazza Bologni, prima che fosse costruito a pochi metri di distanza il palazzo del principe di Villafranca – racconta Bernardo Arone – . Fu motivo di un lungo contenzioso tra il principe di Castelnuovo e il principe di Villafranca”. Superato il portone, da un piccolo cortile si raggiunge il piano nobile attraverso uno scalone a più rampe in pietra grigia di Billiemi, tipica del palermitano. Al piano nobile abita anche Pietro Arone di Valentino, fratello minore di Bernardo. I saloni del suo immenso appartamento si rincorrono tra soffitti in legno dipinto di rara bellezza e pavimenti di maiolica decorata, qualcuna miracolosamente scampata al terremoto del 1968 a Menfi. Lì dove sorgeva uno dei palazzi della nobile famiglia. Poco altro è stato salvato dalle macerie: una Madonna su tela, alcuni sovrapporta in legno e persino un paio di imposte delle grandi finestre riutilizzate come originali porte di un armadio.

Raffinate porcellane di Meissen sono in bella mostra in gigantesche vetrine nel salotto blu. Appesi a una parete, i piatti con lo stemma dello zar che lo zio Pietro ambasciatore portò dalla Russia. Di sua moglie Maria, donna del Nord Europa, alta e slanciata, ci sono alcune fotografie e ritratti. Donna di classe com’era, le riviste di moda dell’epoca dedicarono la copertina. E il maestro Vincenzo Maltese, accademico onorario del Real Conservatorio musicale di Firenze, diede il nome della baronessa di Valentino a una mazurka sentimentale per pianoforte di cui le fece “devoto omaggio”.