Autrice della trilogia del naufragio, ideatrice del “Progetto Amazzone”, prima regista italiana messa in scena alla comédie-française e insignita dell’onorificenza di “Chevalier des arts et des lettres”, Lina Prosa racconta l’indissolubile legame tra vita e teatro

di Alessia Franco

Una città asfittica, in cui non esistono cinema, teatro, librerie, quella Calatafimi degli anni Sessanta del secolo scorso, che imbriglia chiunque si azzardi a pensare, a progettare qualcosa di diverso da quello che i percorsi tradizionali  impongono. Ancora peggio se a provarci è una donna.

Lina Prosa, drammaturga, regista e libera pensatrice consacrata dalla Comédie Française – “dal pubblico”, tiene a precisare, “non ho mai avuto padroni” – nasce proprio lì; e questa oppressione la sente tutta, così come il desiderio di liberarsene. Sa che lo farà, perché ha un nume protettore di tutto riguardo: il maestoso teatro di pietra di Segesta. Una presenza costante e imbevuta di magia: “Un gigante di libertà, il mio unico maestro – dice Lina Prosa – che con la sua presenza mi ha confortata, guidata. Non che ci andassi regolarmente. Ma sentivo che questo teatro di pietra, così imponente e pieno di storia, era un presidio, un porto sicuro contro l’umanità piccola in cui vivevo, che lasciava poco spazio agli uomini, ancora meno alle donne”.

È il periodo in cui Lina, ancora giovanissima, inizia a scrivere. Poesia, tanta poe-sia, come una pioggia scrosciante e liberatoria, finché non arriva il momento del viaggio a Palermo, per frequentare l’università: “Dico sempre che il viaggio più lungo della mia vita è stato quello da Calatafimi a Palermo, perché sono cambiata radicalmente, e anche la mia scrittura ha risentito di questo cambiamento”. In valigia, Lina Prosa ha con sé sempre le suggestioni e la protezione del gigante di pietra e di emozioni che è il teatro di Segesta, ma la sua scrittura ora si fa più concreta, si concentra sul teatro. La città del dopo Sessantotto è un luogo vivace, in cui i giovani si riuniscono per parlare di arte, politica, società. Dei problemi che sentono urgenti, come quello della lotta alla mafia e il potere corrotto, in opposizione all’atteggiamento di una parte di società spesso ripiegata su una confortevole indifferenza, quando non negazione.

In questo senso, l’incontro della drammaturga con il teatro avviene attraverso una vera e propria formazione sentimentale, che passa per la coscienza di un territorio: “Sono passata dalla poesia alla scrittura teatrale perché avvertivo forte l’esigenza di parlare all’altro piuttosto che con me, come avevo fatto a Calatafimi”. L’incontro con il teatro che pensa – quello di Michele Perriera come quello di Salvo Licata – è inevitabile e fruttuoso per tutti, perché si sviluppa in una condizione di parità, di confronto. “Ci accomunava – continua la drammaturga – l’idea che, per essere fatto, il teatro debba essere anche pensato. E perciò non può che essere politico, nel senso più alto e più puro del termine”.

Lina però non si chiude a Palermo, nelle sue conquistate certezze: al contrario, la sceglie come luogo di elezione per guardare il mondo. Anche quando, insieme alla sua inseparabile compagna di progetti e avventure Anna Barbera, si sposta a Monreale con l’associazione Arlenika Monreale Teatro. È l’inizio degli anni Novanta, anni bui per Palermo. A Monreale, i giovani e non solo arrivano per assistere al festival di drammaturgia contemporanea “Le opere e i giorni”, ma ci sono anche attività laboratoriali. Finché non arriva lo scontro con l’iceberg: sia a Lina che ad Anna viene diagnosticato un cancro al seno.

“Non è possibile separare la malattia da nessun aspetto della vita, ovviamente teatro compreso – dice Lina Prosa – perché il cancro cambia ogni singolo aspetto del modo di concepire l’esistenza: cambiano le priorità, si ha un coraggio che non si credeva di avere. Perfino quello di chiamare la malattia con il proprio nome, di troncare una relazione che non va o di fare teatro, seguendo magari il sogno di bambina”. Così – a Palermo e dopo due anni di elaborazione da parte delle due donne – nasce il Progetto Amazzone: un progetto, appunto, a cavallo tra scienza, arte e medicina. Un incrocio di linguaggi che non può non passare per il teatro, tra mito e contemporaneo. L’ultima creatura è Supplice per bianco tormento, di cui la scrittrice cura progetto drammaturgico e testo, che si ispira a Supplici di Eschilo, con la regia di Simone Audemars, e che ha appena inaugurato l’edizione numero 12 delle Giornate biennali internazionali dal tema “Il corpo in fuga. Cultura e cancro”.

“Il corpo è sempre in fuga, il corpo è emblema della situazione dei migranti – dice – perché sono gli unici a scommettere su un viaggio dagli esiti molto incerti per provare a costruire un’esistenza diversa. Una tensione verso la vita che noi non conosciamo più, perché siamo abituati ormai a spostarci per lavoro o per vacanza. Il corpo in fuga è un atto politico, di rivoluzione, che confligge con chi predica l’immobilità per continuare ad accumulare privilegi”. Le parole di Lina Prosa incontrano le storie di migrazione con Lampedusa Beach: siamo nel 2003, i barconi che arrivano vengono percepiti per lo più come un evento locale. Gli immigrati non hanno identità, sono una massa che viaggia, che sbarca, che approda. “Non potevo sopportare che non venisse dato un volto a queste persone, che fossero concepite solo in gruppo. E che il Mediterraneo, con la sua storia di accoglienza e scambio, fosse ridotto a un mare nero di morte”.

Lampedusa Beach (oggi tradotto in otto lingue, compreso il bretone) vince diversi premi nazionali, ma arriva al pubblico lentamente e per la via francese con la prima messa in scena, diretta da  Marie Vayssiere, a Le Mans, Marsiglia, Aix en Provence. Marsiglia: terra di emigrazione. Il pubblico si spacca, ma la Francia ha voglia di conoscere Lampedusa, perché quest’isola raccoglie significati, etnie, vite e morti e storie. Per percorsi che nemmeno Lina Prosa si spiega il testo approda alla Comédie Française, al “Bureau des lecteurs”: viene scelto all’unanimità da una giuria di spettatori. Quando, nel 2013, Lampedusa Beach va in in scena alla Comédie, con la regia di Christian Benedetti, la Francia si innamora di quella donna minuta e fortissima, e delle sue parole, insieme fiori e spade. Le viene chiesto senza mezzi termini di completare la Trilogia del naufragio (Lampedusa Beach, Lampedusa Snow e Lampedusa Way) per rappresentarla a Parigi: “L’emozione è stata enorme – ricorda Lina – sono tornata a Palermo a scrivere, a organizzare. Ma farei un torto se omettessi la bellezza del momento in cui venne rappresentata alle Orestiadi di Gibellina”.

Nel 2014, quando Lina si trova a dirigere al Théâtre Vieux-Colombier di Parigi, la Trilogia del Naufragio si afferma a livello internazionale come opera emblematica della sua scrittura. Prima autrice e regista italiana messa in scena alla Comédie, Lina Prosa è insignita dell’onorificenza di “Chevalier des Arts et des Lettres”. Lampedusa, la trilogia, le storie di migranti che da massa diventano persone piene di storie e parole da raccontare, viaggiano. Come il corpo in fuga, come le parole migranti di Lina, come il suo teatro politico e sociale, non ufficiale eppure rappresentato in Italia (per tutti il Piccolo di Milano e il Biondo di Palermo) e all’estero. E con lei viaggia anche il suo gigante, quel teatro di pietra da cui tutto è partito.