È questa la quota di presenze che si potrebbe raggiungere in quattro anni. Come? Con un nuovo modello di accoglienza. Giovanni Ruggieri, presidente di “Otie” presenta in esclusiva per Gattopardo i numeri del turismo sull’isola

di Ettore Alberti

Nel dilemma dei giovani siciliani, andare a studiare e a vivere fuori o restare, lui consiglia una terza via: “Parti e torna, muoviti ancora, fai esperienza e ritorna. Vivere più vite”. Un po’ come fa lui che viaggia molto, tenendo lezioni e seminari, da Leeds a Vienna. Giovanni Ruggieri, docente di Economia del turismo all’U­niversità di Palermo, è interessato al mondo americano e ricorda cosa gli dicono laggiù: “Voi italiani siete come un albero con radici grandi e un fusto minuto; noi americani siamo un albero con poche radici e molte foglie.

Ovvero: “Il peso della nostra tradizione ci frena, dobbiamo pensare positivo e fare, guardare non a cosa è stato ma al futuro”. È presidente dell’Otie, Osservatorio sul turismo per l’economia delle Isole, dedica i suoi studi all’analisi scientifica del turismo. Premette che quel che dirà è sintesi di ricerche sul campo, come quelle sul turismo siciliano i cui dati anticipa a Gattopardo: numeri che raccontano di arrivi, presenze, letti freddi (quelli vuoti, ancora troppi), letti caldi (quelli pieni), mesi di alta stagione (sei-sette, ormai, dai tre che erano), flussi per tipologia di alloggio, dai cinque stelle – in crescita – ai bed and breakfast, protagonisti di un boom.

Come sta il turismo siciliano?
“La Sicilia ha sempre creduto nel turismo, la differenza è che adesso ci adoperia­mo, facciamo, organizziamo.Anche perché non ci sono alternative. Secondo i dati Istat, il 65 per cento delle case sono vuote. Così molti hanno iniziato a destinarle ai turisti. Ci sono anche giovani che ricavano, da case non più usate dai genitori, quei mille euro al mese che permettono loro di poter rimanere nell’Isola”.

Cosa attrae i turisti in Sicilia?
“Per chi ci osserva da fuori, l’isola è un simbolo di purezza, di lontananza, di differenza dal turismo industriale perché dà valore alle relazioni con le persone, ovvero gli isolani. Il terzo elemento è l’aumento delle rotte e dei posti aereo. Gli aeroporti diventano enti di sviluppo. Il quarto indizio è che la finanza si è accorta che l’attività turistica dà maggiore redditività e le banche sono meglio disposte a finanziarla. Il quinto indizio è la crescita di attenzione verso la Sicilia con i riconoscimenti Unesco, Borgo dei borghi, stelle Michelin, certificazioni di prodotti locali, arrivo di marchi che danno internazionalità all’Isola”.

Tirando le somme?
“Possiamo definirla la fase di avvio dello sviluppo”.

Ci sono molti posti letto invenduti a Palermo. Perché?
“Perché sono sottoutilizzati, soprattutto d’inverno quando bisognerebbe vendere prodotti turistici specifici. In più molti turisti per andare in città scelgono il settore extra alberghiero dove non tutto figura nelle statistiche”.

Il turismo cresce ma le isole Baleari fanno dieci volte le presenze siciliane…
“Le Baleari sono un multi-prodotto non legato alle risorse naturali. Hanno un approccio industriale in cui politica, albergatori e aeroporto fanno un sistema unico capace di abbassare i prezzi se è necessario. Da noi quel modello può funzionare solo in certe zone, come Cefalù, Sciacca, Marina di Ragusa,Taormina. Il modello principale del turismo siciliano è quello delle relazioni tra microstrutture”.

Come spiega che la provincia di Messina precede quella di Palermo in testa alle presenze, sfiorando i 3,5 milioni nel 2017?
“Sono i distretti delle Eolie e di Taormina a portare questi risultati. La vacanza a Palermo, che è, invece, in testa per numero di arrivi, in media dura meno”.

Il boom del settore extra alberghiero…
“Utilizzare una seconda casa per il turismo è facile: si rischia poco ed è più con­veniente di un affitto annuale in modo consueto”.

Perché piace la Sicilia?
“La sindrome di Herman Hesse, uno scrittore che viaggiava senza mappe e gui­de, è un modello che funziona per la Sicilia. Lasciare ogni programma e andare all’avventura. In questa esperienza va bene pure l’imperfezione, l’autenticità, il non globale. Un turismo che piace ai millennial. Ma ci sono tante sfide da affrontare per proseguire sulla strada dello sviluppo”.

Una è il turismo tutto l’anno, si dice senza troppa eleganza destagionalizzare…
“Io direi stagionalizzare,creare nuove stagioni. Da novembre a fine marzo i flussi turistici in Sicilia crollano. Non abbiamo prodotti turistici invernali, golf, attività culturali, festival, fiere, congressi, meeting aziendali, conferenze universitarie”.

Altre sfide?
“Vendere la Sicilia nei Paesi più interessati a noi e aumentare il tasso di occupa­zione e dei posti letto, attualmente troppo basso. Le strutture attuali potrebbero ospitare cinquanta milioni di presenze, il problema non è costruirne nuove. Un’al­tra sfida è quella di spingere i più giovani a trovare occupazione nel turismo”.

Esempi di dove e come il turismo in Sicilia potrebbe crescere molto.
“I siti Unesco hanno grande potenziale internazionale ma vanno declinati in prodotti e gestiti. Un attrattore molto forte sono i vulcani e noi ne abbiamo due in attività, Etna e Stromboli. In altri territori sono visitati da milioni di persone, dal Giappone, al Messico. Solo alle isole Reunion esistono 250 diverse attività legate ai vulcani. E poi la dieta mediterranea, uno stile che allunga la vita. Il problema è che pensiamo il turismo solo legato alle risorse naturali e non basta”.

Un obiettivo per il turismo in Sicilia?
“Dalle 14 milioni di presenze arrivare, entro il 2022, a trenta milioni”.