“Cartuccia o sparo”, intimavo ai miei compagni di gioco nei vicoli di Licata con la mia pistola-giocattolo in pugno. “Cartuccia o sparo”, ripetevano tutti i bambini inseguendosi in quei giorni dei Morti con le loro armi di plastica ricevute in dono dai genitori

di Pino Cuttaia*

“Cartuccia o sparo”, intimavo ai miei compagni di gioco nei vicoli di Licata con la mia pistola-giocattolo in pugno. “Cartuccia o sparo”, ripetevano tutti i bambini inseguendosi in quei giorni dei Morti con le loro armi di plastica ricevute in dono dai genitori. L’avversario doveva consegnarti il suo proiettile o rassegnarsi a essere colpito. La pistola era un regalo obbligato in quei primi Anni Settanta del secolo scorso, se eri maschio. Per le femminucce arrivava il Cicciobello, il bambolotto da coccolare come un bebè.

Oggi si discuterebbe a lungo sulla distinzione di genere – e di ruoli – che questi doni indicano, ma erano altri tempi, e quel che importava era riceverlo quel regalo che si aspettava tutto l’anno. Già, per me Natale era soltanto l’attesa della messa di mezzanotte il 24, con mia nonna e le zie, una noia infinita. Non c’era l’albero nordico, anche la tavola era povera: la sera della Vigilia si preparavano lo sfincione e il baccalà fritto, l’indomani c’erano la pasta al forno e il capone. Come dolci, le marmellate e i mustazzuoli che erano stati fattti nelle settimane precedenti. Non c’erano regali, se si escludono i soldi che qualche zio più generoso elargiva.

Invece i Morti erano la festa. Una festa il cui simbolo erano i pupi di zucchero, che io stesso con gli altri bambini contribuivo a colorare. Li preparava una signora che aveva una bancarella, nel mio quartiere, ricordo lo zucchero colare nei calchi di pietra legati con l’elastico che poi venivano immersi in una vasca di acqua fredda, in modo che si consolidasse velocemente. E poi toccava a noi bambini dipingere i volti e gli abiti di principesse e cavalieri con i colori adatti, seduti fuori, a volte all’aperto nei cortili.

Adesso celebro la memoria di quei giorni mettendo sulle tavole del mio ristorante – in questi giorni – i pupi di zucchero come centrotavola. Ma a Licata non li fa più nessuno, arrivano da Palermo e da Catania, dove pure ormai sono stati in gran parte soppiantati dai dolci di Halloween. Una festa che non ci apparteneva è entrata nelle nostre famiglie, parte di una colonizzazione culturale che passa anche attraverso il cibo. Per me i pupi di zucchero sono quel ricordo, il profumo e il sapore dolcissimo dei pezzetti staccati a partire dalla parte posteriore della statua, per farla durare più a lungo, per lasciarla troneggiare come decorazione nelle credenze di casa.

Per i bambini i Morti erano gioia, per gli adulti era il rinnovarsi di un dolore. Me ne accorsi quando mio padre morì e io, a dodici anni, mi ritrovai nel ruolo di primogenito maschio, un capofamiglia precoce. Diventai improvvisamente grande, destinato alla visita al cimitero e al rispetto del lutto. Maglietta nera, niente tv per un anno, niente odori in casa per un mese. Così a casa per un mese non si cucinò più, non si accendevano nemmeno i fornelli. Il sostentamento era affidato alle mie zie. E nei giorni dei Morti si rinnovava quel lutto, si andava nei giorni prima al cimitero per pulire la tomba, si aspettavano lì le visite. Ricordo che mia nonna – che aveva perso il suo unico figlio – era capace di non mangiare e di non bere per ore.

Quando avevo quattordici anni emigrammo in Piemonte, raggiungendo i genitori di mia padre che si erano trasferiti lì da anni. E mi ricordo che quando tornavo giù a casa portando a volte qualche amichetto da Torino, quasi mi vergognavo a far vedere le nostre case umili, i nostri cortili con i panni stesi, avrei voluto mostrare una condizione più residenziale. Adesso che sono tornato qui a Licata, adoro quei cortili, adoro quei fili della biancheria che sono il cordone ombelicale di solidarietà che ti lega alla famiglia dei vicini, adoro la biancheria stesa che è un’opera di arte contemporanea. E le case residenziali spesso mi sembrano fredde, senza vita. Per questo nel mio ristorante c’è una grande fotografia di un cortile di una casa di pescatori. L’unica presenza è quella di un gatto, uno di quei gatti che un tempo proteggeva il raccolto delle famiglie: il grano, i legumi. I cani come animali domestici sono arrivati dopo, chiamati con i nomi dei telefilm americani che intanto erano arrivati in casa, insieme alla festa di Halloween. Le donne si prendevano così la rivincita, dopo avere dovuto dare ai figli i nomi dei padri e dei suoceri. Il figlio lo chiamavano Salvatore, il cane Bobby. Il segno dei tempi che cambiavano.

* Presidente de Le Soste di Ulisse