Non si può più recintare la pittura dentro scuole locali, appartenenze di quartiere, o di contrada, come fosse un Palio o la preparazione dei carri di un Carnevale…

di Daniela Bigi

C’è un piccolo quadro di Mary Cassat, Bimba su una poltrona blu del 1878, che come molti dei migliori dipinti della tradizione modernista venne rifiutato al Salon des Artistes perché la postura della fanciulla risultava sconveniente nell’ostentata noncuranza delle buone maniere. Qualcuno lo pensa molto vicino all’indole ribelle e combattiva della pittrice americana amica degli Impressionisti, che seppe fronteggiare le ostilità familiari e conquistarsi uno spazio di parola in un universo allora ancora pressoché maschile.

Penso che alcune artiste, soprattutto quando non hanno ancora raggiunto la notorietà di Peyton o Saville, pur appartenendo a quella stessa grande famiglia sia per scelte espressive che per preferenze figurali, facciano ancora parecchia fatica a conquistarsi uno spazio di parola. Se poi sono pittrici con vocazione espressionistica, che trattano temi universali, apparentemente un po’ scontati, e lo fanno da una Sicilia spesso ancora divisa tra la difesa intransigente della tradizione e l’apertura incondizionata allo stile globalizzato, la faccenda si fa effettivamente complicata.

In questo lido problematico e consapevolmente resistente penso di poter collocare il percorso, le scelte, le opere, e pure il carattere di Linda Randazzo. Ho evocato l’immagine del lido perché alcuni suoi lavori recenti sono dedicati proprio al mare, alle spiagge e al quotidiano delle borgate marinare. Vi giganteggiano corpi nudi, protagonisti di momenti di svago non dissimili da quelli che dal tardo ‘800 in poi hanno popolato quadri, fotografie, video, perfino happenings. Riti collettivi ove i vuoti e i pieni dell’anima si rincorrono, dove inquietudini e godimenti trovano un palcoscenico comune.

Non si possono guardare quei corpi mastodontici, soprattutto quelli femminili, senza pensare ad una linea della monumentalità corporea che ci porta a spaziare dalla Venere di Morgantina a Rubens, da Cézanne e Matisse a Nathalie Djurberg, avvinghiate alla vita perché incalzate, in fondo, dalla spettrale sorella morte. Non è un caso che il Trionfo della morte si conquisti il primo piano di un quadro recente. Potremmo leggerlo come un manifesto, e lo stesso potremmo fare con alcune delle sue “bagnanti”. Quando Linda le ripete ritagliate su fondo bianco, ad acquarello, in pose che restituiscono l’immediatezza di una indiscrezione, sembrano colonne di un Eretteo scomposto, evocano memorie matriarcali, parlano della ripetitiva centralità della vita. Ritrattista di grande valore, Linda ripete da anni l’azione del ritrarre perché non può fare a meno di indagare l’umano, di inseguire la radice dell’essere per trovarvi una pacificata dimensione cui appartenere. La sua pittura, se riferita ad un clima internazionale diffuso, pone dei quesiti, toccando nodi reali dell’attualità.

Siamo davvero sicuri che per parlare di un corpo, in arte, non si possa più usare la pittura? E che la massiccia presenzialità di un corpo, con il suo bagaglio fenomenologico o il suo potenziale simbolico, si possa trattare solo o attraverso il corpo stesso o attraverso la smaterializzata immagine elettronica? Si può ancora essere degli arrabbiati se si è “stupidi come pittori”? Si può essere scomodi, problematici, dissidenti attraverso l’utilizzo di una tecnica vecchia quasi come il mondo? E preoccuparsi ogni giorno di metterla a punto, come nel canto, nella danza, nella musica, o nel teatro?

Non si può più recintare la pittura dentro scuole locali, appartenenze di quartiere, o di contrada, come fosse un Palio o la preparazione dei carri di un Carnevale…