Piccola, semplice da montare, ecologica, economica, ma soprattutto di cartone. È un nuovo modello abitativo nato dalla collaborazione tra una start-up siciliana e l’università di Catania. L’uso? Per emergenze di protezione civile, per moduli di servizio in aree protette e, perché no, per viverci

di Fabio Albanese

Da sempre ha fatto parte dei giochi di bambini: la casa di cartone era l’imballaggio dismesso del frigorifero nuovo, lo scatolone del trasloco, il contenitore recuperato al supermercato. Una casa dei giochi da mettere sul balcone o, per chi ce l’aveva, il terrazzo o anche il giardino di casa. Da qualche settimana c’è una casa di cartone pure dentro la Cittadella universitaria di Catania. Ma non è un gioco.

È un prototipo realizzato e in fase di test: è una casa vera. Di cartone, ma vera. Da utilizzare anzitutto come struttura di emergenza per gli usi di protezione civile, per dare subito un tetto a chi ha perso ogni cosa dopo un terremoto, ma anche come punto accoglienza per una riserva naturale o anche come ufficio temporaneo. Come pure per abitarci. Ecologica, abbastanza economica, rapida da montare. L’ha realizzata una start up catanese, Archicart, che l’ha progettata con il Dipartimento di Ingegneria civile e di Architettura dell’Università di Catania e l’ha realizzata con gli stessi studenti di Ingegneria.

“Era il chiodo fisso di un mio studente, Dario Distefano – dice il professore Vincenzo Sapienza, vice direttore del dipartimento – un progetto nato diversi anni fa; Distefano ne ha fatto pure la sua tesi di laurea, discutendola sul cartone ondulato come materiale da costruzione, vincendo poi la Start Cup, la competizione per idee imprenditoriali, sia quella di ateneo sia quella regionale”. Eccolo il segreto della casa di cartone, che è stata chiamata T-Box: pannelli alveolari in cartone ondulato, una tecnologia brevettata appena quattro anni fa. “è un materiale che è possibile utilizzare per edifici”, spiega l’ex studente, oggi ingegnere, Dario Distefano che con  l’imprenditore Mario Schilirò e l’ingegnere Nicola Timpanaro è tra i promotori della start up, ma è anche impegnato nel suo dottorato di ricerca proprio con la T-Box: “La costruzione si può rimuovere, non lascia tracce sul terreno né di costruzione né di materiali inquinanti, la si può usare in zone vincolate come una riserva naturale, e si può arrivare a costruire edifici a un piano di grandi metrature, come una villetta bifamiliare”.

Per adesso, la T-Box (dove “T” sta per test) è un unico modulo di venti metri quadrati, fatto di pannelli alti due metri e mezzo, larghi un metro e venti e profondi ventidue centimetri, costruito dai tecnici della start up ma anche da 31 studenti di Ingegneria che hanno partecipato a una masterclass dell’ateneo: “Per quanto ci riguarda – dice il professore Sapienza – questo progetto risponde al percorso-tipo dell’università, realizzando le tre missioni della ricerca, della didattica e del rapporto con il territorio. Ci sono molto affezionato perché ha una realizzabilità concreta e non è solo un esercizio accademico”.

Come è possibile che si possa fare, e abitare, una casa di cartone? “Il cartone ondulato è un materiale molto resistente – spiega l’ingegnere Distefano – che noi rivestiamo all’esterno e all’interno. All’esterno per evitare l’umidità della pioggia e degli altri agenti atmosferici lo trattiamo con ossido di silicio. All’interno, per evitare l’umidità tipica di una casa, lo trattiamo con cere naturali e le pareti sono lavabili con un normale panno umido”. La T-Box è anche resistente al fuoco perché è un materiale che brucia lentamente e i trattamenti rallentano ulteriormente le fiamme: “Abbiamo in corso le pratiche di certificazione per acqua e fuoco”, assicura Distefano. La casa di cartone lo è completamente: non soltanto le pareti, ma anche il tetto e i pavimenti lo sono. E lo saranno anche gli arredi interni. Non esistono grondaie, le uniche parti che non sono di cartone sono le barre d’acciaio su cui i pannelli sono “bullonati”. E promette di essere molto fresca in estate e calda in inverno: “Grazie al materiale coibente che c’è dentro ai pannelli, cioè della fibra di cellulosa – spiega Distefano – tra interno ed esterno c’è una differenza di dieci gradi”. “Può essere montata senza competenze specifiche – precisa Distefano – vogliamo che in caso di calamità possano essere gli stessi terremotati a costruirla”.

Per costruire la T-Box, start up e università hanno avviato una collaborazione con alcune aziende del territorio che potessero fornire alcuni materiali. L’assemblaggio, invece, è avvenuto grazie alle strumentazioni della stessa Archicart: “è realizzata in autocostruzione – assicura Distefano – da una start up innovativa di trentenni. Nell’ultimo anno abbiamo fatto investimenti su alcuni macchinari per produrre i pannelli e per una piccola area di stoccaggio. Se poi dovesse decollare la realizzazione, vedremo”. La T-Box diverrà un edificio abitabile di almeno 35 metri quadrati, dal costo contenuto: “Circa ottocento euro al metro quadrato – calcola Distefano – che a seconda delle rifiniture interne può oscillare in più o in meno di circa duecento euro”. La forma della casa di cartone è “archetipica”, come spiega il giovane ingegnere, nel senso che “ha la forma della casa che tutti da bambini abbiamo disegnato”. E che poi abbiamo sognato di abitare. Senza immaginare che un giorno sarebbe potuto accadere davvero.