Correvano gli anni Novanta e i flying winemakers spadroneggiavano in Italia e nel mondo, firmando vini più o meno noti. Più o meno uguali. E la Sicilia non ne fu indenne

di Vincenzo Donatiello

Correvano gli anni Novanta e i flying winemakers spadroneggiavano in Italia e nel mondo, firmando vini più o meno noti. Più o meno uguali. E la Sicilia non ne fu indenne. Venivamo da un decennio segnato dall’ascesa di Robert Parker e del suo Wine Advocate, meritorio di aver dato il “la” alla consacrazione dell’annata 1982 di Bordeaux e, che a distanza di qualche anno, avrebbe segnato le sorti dei vini di mezzo mondo, Italia compresa.

Il mondo del vino italiano, invece, vide un paio di lustri decisamente più funesti, che tutti ricorderanno per lo scandalo del metanolo del 1986 e che ci pose alla gogna mediatica universale. Un divario enorme tra le due situazioni. Come uscire dallo stallo creatosi nel commercio e nell’immagine del vino italiano? Nasce così la figura dell’enologo consulente, che viaggia, che ti apre le porte della critica enologica. Un passo che ha dato risultati straordinari per alcuni aspetti, ma che a lungo andare, allargandosi su una fetta troppo ampia della produzione vinicola, ha creato dei piccoli mostri. La soluzione sembrava sempre la stessa: via i vigneti vecchi, dentro nuovi impianti, vinificazioni moderne.

È stato tutto un proliferare di varietà alloctone che soppiantavano quelle tradizionali: Malbec, Cabernet Sauvignon, Merlot, Syrah… Li chiamavano “vitigni migliorativi” come se il frutto di uve tradizionali, che avessero un legame con il proprio territorio di elezione, avesse solo caratteristiche negative. E così ci siamo trovati, per anni, di fronte a vini muscolosi, iperstrutturati, legnosi, moderni che ci hanno mostrato un concetto di qualità che poco aveva a che fare con la tradizione siciliana.

Ci sono varietà e varietà, e ognuna di esse ha il proprio luogo di elezione. Troppo spesso abbiamo assaggiato vini che presentavano dei “vizi di forma” e questo perché non tutti i vitigni internazionali hanno trovato il giusto habitat sull’Isola.

Penso a una varietà precoce come il Merlot che nelle annate calde rischiava di essere raccolta alla prima settimana di agosto, producendo così vini con tannini immaturi, ma gli esempi potrebbero essere molteplici. Ecco che oggi la situazione si è completamente ribaltata: si beve il territorio e non più l’etichetta, è tutto un fiorire di varietà ed i vini “mangia e bevi” hanno finalmente lasciato spazio all’eleganza ed alla territorialità. Ma tutti quei “vinoni” e i loro supporters, dove sono finiti?