Poliziesco politico, noir, d’evasione: gli scrittori dell’isola raccontano il lato oscuro dell’animo umano. Una corrente letteraria più che mai in fermento

di Marcello Barbaro

È il 1961, arriva in libreria Il giorno della civetta. Leonardo Sciascia (a lato)legittima il romanzo poliziesco come genere della letteratura. Traccia un solco che arerà convintamente sino alla fine, quando pubblicherà Una storia semplice, ancora misteri da risolvere. Con Sciascia il “giallo” diventa pure un modo per tenere incollato alle pagine il lettore, anche se propone una difficile indagine storica o un viaggio nel lato oscuro dell’animo umano. Tratti questi comuni a tanto poliziesco e noir che giungerà dopo. Ma quel 1961 segna in Sicilia l’inizio di un percorso letterario.

È la fine degli anni Ottanta quando viene pubblicato Morte a Palermo di Silvana La Spina(sotto). Si parte dall’assassinio a Palazzo Chiaramonte-Steri di un docente universitario che stava per dare alle stampe un libro che avrebbe scoperchiato un tentativo di sacco selvaggio di una periferia della città. Siamo in area sciasciana con forte eco borgesiano, Guardacaso, a fare da contorno alla storia ci sono un ambiguo gesuita e uno scrittore argentino cieco. La vera protagonista è Palermo, con i suoi misteri e i suoi morti.

Gli anni Novanta sono segnati dall’entrata in scena del commissario di polizia Salvo Montalbano, partorito da Andrea Camilleri (qui a lato) che utilizzerà forme costruttive del siciliano (celeberrimo il suo “Salvo sono”) ma anche una lingua che è una sua ricostruzione sulla base dell’eco di ciò che proviene dalla sua infanzia. Camilleri sdogana il siciliano, anche se è un “suo” siciliano. In ogni caso saranno parecchi gli scrittori che si avventureranno in terre espressive in precedenza poco usate, proprio ponendosi sul solco linguistico tracciato da Camilleri. Per il resto, Camilleri costruisce una lunga teoria di anti-eroi (dallo stesso Montalbano a Fazio ad altri personaggi): tutti umanissimi e soprattutto sicilianissimi.

Nel 1996 Santo Piazzese (sotto)pubblica I delitti di via Medina-Sidonia, seguito due anni dopo da La doppia vita di M. Laurent e quindi Il soffio della valanga. Al centro dei primi due romanzi, c’è il biologo-detective Lorenzo La Marca, che poi nel terzo lascerà il posto al suo compare d’anello e investigatore Vittorio Spotorno. Palermo, nelle pagine di Piazzese, diventa una metropoli più violenta e meno assolata di quanto certi stereotipi non tramandino, attraversata da suicidi problematici e misteriosi omicidi che si dispiegano anche lontano dalla mafia (se si eccettua un breve passaggio).

Nel 1997 giunge in libreria La stanza dei lumini rossi di Domenico Conoscenti, un romanzo nero siciliano costruito accuratamente fra tensione e tempi di attesa per giungere al finale con coup de théâtre, che si svolge nello spazio annunciato dal titolo. Le scelte linguistiche e strutturali sono abbastanza tradizionali in una Palermo calda che offre scenari tipici da maggio a settembre. L’affitto della casa diventerà per il giovane barman una discesa agli inferi.

Per restare a Palermo, ecco Piergiorgio Di Cara (qui sotto) e il suo Isola nera, un noir mediterraneo, che ha per protagonista un ispettore di polizia che essendo nel mirino della mafia, deve riparare a Lipanusa, ossia Linosa, che si mostra una terra primitiva, esposta alla furia degli elementi. E mentre l’isola è battuta da una pioggia violentissima, si consuma un delitto che pare un incidente domestico. Ma l’ispettore non è convinto e inizia una sua indagine che lo obbliga una sorta di immersione nelle viscere dell’isola, per portare a galla i segreti inconfessabili degli abitanti di Lipanusa.

Palermo è pure il teatro infernale delle vicende raccontate da Giosuè Calaciura (a lato) in Malacarne e in Sgobbo, accomunati dalla forma stilistica del monologo. In entrambi i casi si tratta di viaggi danteschi negli strati più profondi di una città mai nominata ma subito riconoscibile. Una città violenta, raccapricciante, che nel romanzo d’esordio di Calaciura prende corpo dalle confessioni di un killer. È la città decrepita, stravolta dalla violenza, che diventa il palcoscenico sul quale il “malacarne” rievoca la sua carriera, in un romanzo di formazione: alla disumanità.

Ne La ferita di Vishinskij  Gaetano Savatteri (sopra) mixa sapientemente vari generi: dal poliziesco al romanzo-inchiesta, dal feuilleton al romanzo storico. Al centro della storia i dubbi sulla morte di Maddalena Paniamo avvenuta 15 anni prima. Ma aprire quel dossier significa addentrarsi nei meandri della storia siciliana, sino ad arrivare al fantomatico incontro a Palermo, nel 1943, tra l’emissario di Stalin, Vishinskij e un esponente comunista siciliano. Per Savatteri c’è la conferma di quanto ipotizzato già nel suo nel suo libro d’esordio, La congiura dei loquaci, della sanguinarietà e irredimibilità dell’Isola, vecchi temi sciasciani.

Infine un salto fino alla Sicilia Orientale, per incrociare Domenico Cacopardo (a destra) e il suo Il caso Chillè pubblicato nell’ultimo anno del secolo scorso. Una serie di eventi misteriosi scuote un tratto di provincia messinese. A provare a districare la matassa il tenente Ruggeri e il maresciallo Capellaro: i due saranno costretti a misurarsi con storie di corna, infezioni veneree, corruzione politica e omertà. Il successivo personaggio inventato da Cacopardo, il sostituto procuratore della Repubblica Italo Agrò, siciliano, spiritoso, e col pallino delle citazioni colte, è un antieroe che nel corso del suo lavoro investigativo cita i versi di Salvatore Quasimodo, come il capitano Bellodi de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia.