Oltre trecentomila italiani registrati al consolato di Londra e molti di questi sono siciliani. In un documentario Luca Vullo racconta le storie di vecchi e nuovi migranti in cerca di un’altra occasione

di Marta Gentilucci

Joe Ricotta è emigrato insieme alla sua famiglia a Londra da Acquaviva Platani, paesino dell’entroterra siciliano, quando aveva poco più di cinque anni. E, con la Sicilia nel cuore e una verve imprenditoriale tutta britannica, una volta cresciuto ha aperto il “Nonna’s Kitchen”, un ristorante di sicilian recipes a Panton Street. Antonio Berardi è uno stilista affermato, orgoglioso di appartenere a due mondi: quello siciliano, di Bivona, paese d’origine della madre, con i ricordi d’infanzia e dei contadini che preparavano il pane e la ricotta fresca, e quello inglese, dove vive e ha raggiunto il successo.

Simonetta Agnello Hornby vive da quarant’anni tra l’amatissima casa di Dulwich, il fascinoso appartamento di Westminster e Brixton, dove ha esercitato la professione di avvocato. Racconta la sua Sicilia nelle pagine dei suoi romanzi ma ha intitolato La mia Londra una raccolta di racconti pubblicata qualche anno fa. Anche Barbara Serra, anchorwoman della versione inglese di Al Jazeera, è per metà siciliana. Le storie dei sicilian Londoners sono tante e diversissime tra loro. In comune hanno forse solo questo senso di doppia appartenenza, una sorta di bipolarismo geografico che coinvolge anche il cuore, i sentimenti.

Alcune di queste storie le ha raccontate Luca Vullo, regista nisseno con base a Londra, in un documentario girato prima della Brexit, tra il 2014 e il 2015, quando Londra era – forse più di adesso – l’Eldorado degli italiani delusi dal proprio Paese. Una sorta di “piano B”, sul quale riversare aspettative e speranze. Il documentario si chiama Influx ed è approdato da poco su Netflix, la piattaforma di streaming disponibile in tutti i paesi nei quali è presente, con un pubblico potenziale di quasi 120 milioni di abbonati. Di fronte a statistiche stracolme di numeri, Luca ha deciso di dare un volto agli italiani emigrati a Londra, di chiamarli per nome, di raccontarne successi e difficoltà.

C’è il volto rugoso dei vecchi emigrati negli anni ’60, che si radunano ogni giovedì alla Casa italiana Vincenzo Pallotti, per giocare a carte e conservare anima e tradizioni del paese d’origine. “Da dove vengo non lo ricordo più”, racconta uno. “Ero venuto per due settimane, sono qui da cinquant’anni”, racconta un altro. C’è il viso giovane e pieno di speranze di chi ha scelto di partire subito dopo la laurea, scoraggiato dai colloqui di lavoro andati male, dai racconti degli amici, stagisti per anni, e dagli articoli sui giornali.
C’è la folla che attende il passaporto al Consolato italiano, tra rassegnazione e tentativi di ribellione alle regole tipicamente italiani, in un ufficio dove solo 43 persone devono sovrintendere alle richieste dei duecentocinquantamila residenti a Londra.

“Con la vittoria di Brexit la situazione al Consolato è addirittura peggiorata – spiega Luca Vullo – Brexit sta facendo emergere una folla finora sommersa che vive in Inghilterra da anni e che, terrorizzata dall’idea di essere buttata fuori dal Paese, corre a regolarizzare la propria posizione iscrivendosi all’Aire, l’associazione italiani residenti all’estero”.
I numeri stanno aumentando a un ritmo tale che il Consolato generale di Londra ha superato Buenos Aires diventando il primo al mondo per numero di iscritti e mole di lavoro. Gli iscritti all’Aire erano 280mila un anno fa, mentre ora sono 315mila: il numero più alto in assoluto mai registrato da un consolato. “Sono residente a Londra dal 2013 – racconta Luca – e già alla fine di quell’anno ho iniziato a raccogliere il materiale per un documentario, senza avere ancora le idee troppo chiare. Inizialmente è stata una sorta di sfida: volevo riuscire ad andare lì e produrre un film senza chiedere finanziamenti pubblici”.

Una sfida vinta, se si pensa che Influx è interamente prodotto da privati: primo fra tutti Leonardo Orlando, amico di Caltanissetta rincontrato a Londra, che ha creduto subito nel progetto e ha voluto finanziarlo. E poi Joe Ricotta, il ristoratore originario di Acquaviva Platani che ha avuto successo in Gran Bretagna grazie al suo “Nonna Kitchen”. E ancora la Peroni e l’agenzia Minale Tattersfield, che ha curato la grafica e il branding del film. “L’idea di tracciare una sorta di psicoanalisi dell’emigrante – continua Luca – è venuta dopo, in fase di post-produzione. Con la montatrice, Francesca Sofia Allegra, abbiamo deciso di suddividerlo in capitoli, proprio per rendere l’idea delle fasi del “flusso”: il percorso a fasi che il migrante affronta nel suo tentativo di adattamento”.

Influx si apre con un mosaico di voci, date, immagini. Una frase prevale su tutte: “Io mi sento londinese”. “È importante, in questo preciso momento storico, veicolare il messaggio che gli italiani siano essi stessi migranti, con le difficoltà e i problemi quotidiani che il trasferimento in un’altra realtà comporta. Il fatto che una piattaforma di successo come Netflix l’abbia voluto in versione integrale, senza chiedere alcuna modifica, mi rende molto orgoglioso”.