di Luca Vullo

‘A TALE’ FINISCILA! Capita a tutti di trovarsi a volte di fronte a uno spaccone che racconta qualcosa a cui non crediamo perché risulta una storia gonfiata o addirittura inventata solo per fare presa sull’altro o per la necessità di nascondere la verità.

La cosa affascinante è che spesso il narratore di queste imprese eroiche o se preferite il “cuntapalle”, non si rende conto che il suo interlocutore ha già capito la sua menzogna e lo asseconda “calando la testa” come si farebbe con un bambino creativo oppure con un anziano con qualche patologia senile. Il siciliano disinibito che sta subendo le “minchiate” (termine aulico per descrivere le fandonie) dell’altro, potrebbe non resistere alla tentazione di utilizzare un gesto di scherno per fermarlo.

La sua composizione grammaticale sarebbe la seguente: braccio teso in avanti verso lo “scassa-pagliaro” (altro termine per descrivere un bugiardo), con il palmo della mano rivolto verso l’alto, testa inclinata, bocca spalancata a mostrare disappunto e occhi severi che fissano il parlante.

Il messaggio non verbale riassume tutta la frase: “‘A talè finiscila!” che in italiano potrebbe essere tradotta: “Ma smettila di dire fesserie! Non ti crede nessuno!”. Per un siciliano non esiste parola che potrebbe essere più efficace e denigrante di questo gesto potente e offensivo. Infatti, il supereroe, sentendosi subito ferito nell’orgoglio, reagirà d’istinto presentando alibi e testimonianze per avvalorare la veridicità del suo racconto.

Il dado è tratto e oramai il gesto giudicante ha dichiarato la sua sentenza pubblica quindi non si può tornare indietro. Vi confesso che ricevo spesso questa reazione quando al mio arrivo in Sicilia dico ai miei amici che sono a dieta ferrea e non potrò gustare nulla di tutto il ben di Dio che mia madre sta cucinando già da diversi giorni.