di Luca Vullo

Ogni paese ha le sue tradizioni e i suoi rituali. Una delle cose che appassiona di più i siciliani è il momento del “curtigghio”.

Stiamo parlando del pettegolezzo che non appartiene soltanto al genere femminile, ma anzi quello maschile può risultare a volte più pungente e variopinto. Si tratta di un momento importante della giornata perché racchiude in sé l’aggiornamento su quello che accade attorno  a te, spesso molto più dettagliato di un telegiornale perché arricchito da una buona dose di malizia, indiscrezione e un pizzico di cattiveria.

Altra pratica che rilassa molto la gente è quello della “lamentanza” che corrisponde a un momento di grande condivisione emotiva.
Infatti, vi è sempre qualcuno che ha l’esigenza di lamentarsi di qualcosa emulando le tragedie greche e raccontando le sfortune personali. In questi casi risulta fondamentale avere un buon ascoltatore che empatizzi con il narratore in pena, utilizzando una corretta comunicazione di risposta.
Durante il racconto infatti risulta poco delicato interrompere il flusso infinito di parole di sfogo del protagonista, ma bisogna in ogni caso interagire e far sentire la propria presenza tramite il corpo e i gesti appropriati.

Uno dei gesti più frequenti utilizzati dagli uditori professionali, in questi casi, si compone dall’unione dei due palmi delle mani in segno di preghiera che vengono agitate roteando dall’alto verso il basso più volte. A questo deve essere necessariamente abbinato l’inarcamento delle sopracciglia, contemporaneo all’innalzamento del capo e al leggero corrucciamento laterale della bocca, in segno di profondo dispiacere.

Questa composizione gestuale vuole esprimere in modo silenzioso il seguente concetto: “Ma cu’ ti lu fici fari” che tradotto sarebbe: “Ma chi te l’ha fatto fare”.